mercoledì 16 settembre 2020

Angel Heart (1987) Il patto col diavolo secondo Alan Parker

Tutto comincia con la pubblicazione del romanzo Fallen Angel (da me letto) scritto da William Hjortsberg nel 1978, il buon scrittore ebbe l'idea che il film fosse perfetto per essere adattato sul grande schermo difatti contattò senza esitare la Paramout Pictures. Inizialmente il protagonista doveva essere Dustin Hoffman sotto la regia di John Frankenheimer, ma la Paramount non fu mai convinta del progetto, anche con l'ipotesi di aver come protagonista Robert Reford, e quindi tutto si arenò in un nulla di fatto. Hjortsberg senza perdersi d'animo, nonostante le tematiche del suo libro fossero molto spinte (dateci una lettura nel caso non ci crediate!), contatto: la Warner, la Century Fox e pure la United Artist ma tutte rifiutarono senza pensarci un attimo per la paura che una produzione del genere avrebbe macchiato la loro buona pubblicità. Lo scrittore difatti ebbe modo di dire al riguardo che: - Fare un film sull'esoterismo era una cosa allarmante all'epoca. Le case di produzione non volevano produrre film con contenuti troppo scottanti o delicati, e un libro sul diavolo non era certo il copione del secolo in quel periodo, specie dopo il successo de L'esorcista di Friedkin. Mi fu suggerito da molte majors di riscrivere la sceneggiatura per farlo diventare un film d'azione, genere che in quei tempi era una vera gallina dalle uova d'oro per gli incassi: ma era fuori discussione che non avrei mai ritoccato Falling Angel; per me era perfetto così com'era -. Però tutto cambiò negli anni 80: nel 1981 la Century Fox rivalutò il libro ma non concluse niente per problemi con la scelta del regista, nel 1986 invece si fece avanti un Elliot Kastner (un dipendente della sempre sia lodata Carolco Pictures di Kassar e Vajna) che contattò di propria volontà Hjortsberg. Il produttore e lo scrittore chiusero subito il patto creativo, nel quale Hjortsberg voleva essere sia supervisore che sceneggiatore, successivamente fu contattato il regista Alan Parker (grande regista che ci ha lasciati da questo mondo da non molto); il quale avendo già letto il libro si mise all'opera con l'autore del soggetto per scrivere la sceneggiatura, cambiandone vari aspetti (come il luogo dove si svolge, da New york a New Orleans). La pellicola ebbe a disposizione 18 milioni di dollari come budget, nonostante il poco successo al botteghino, il film divenne un cult nel circuito home video tanto da riuscir a superare le spese di produzione.

Tra le idee di Hjortsberg per il ruolo principale c'erano diversi nomi tra cui Dustin Hoffman, Al Pacino, Michael Douglas, Sylvester Stallone, John Travolta, Jack Nicholson e Tom Cruise. Parker dal canto suo voleva Robert De Niro per il ruolo di Harry Angel, ma l'attore espresse invece interesse a interpretare Louis Cyphre. De Niro non si preparò per la parte fin quando il regista non lo avesse ingaggiato ufficialmente, sicché Parker lo assunse immediatamente poiché era eccitato dall'idea di lavorare con De Niro. Parker allora contattò Mickey Rourke, che aveva appena finito di girare 9 settimane e ½, che invece espresse un forte interesse per la parte e venne immediatamente assunto dal regista. Riguardo alla scelta di Rourke, Parker ha detto: - Ho sempre ammirato il suo modo di recitare. La disinvoltura e la verità che ci mette senza sforzarsi troppo. Non volevo un eroe tradizionale e lui era perfetto -. Subito dopo venne assunto De Niro; a proposito di lavorare con lui, Michey Rourke ha rivelato: - È stata la prima volta che ho dovuto concentrarmi veramente. Tra tutti gli attori che conosco, lui è quello che si concentra di più -. In seguito varie attrici furono provinate per il ruolo di Epiphany Proudfoot prima che Lisa Bonet accettasse la parte. La Bonet era nota il tutto il mondo per il ruolo di Denise nella sit-com I Robinson, per cui il fatto che avrebbe preso parte al film generò più di una controversia. Parker la assunse per il suo convincente provino e per giunta non era a conoscenza del suo ruolo ne I Robinson. Per prepararsi al ruolo, la Bonet rivelò: «Ho fatto molta meditazione, e qualche ricerca sui riti vodoo. Il mio principale obiettivo era lasciare andare via tutte le mie inibizioni. Dovevo smettere di essere Lisa e lasciare che Epiphany si impossessasse di me». In seguito Parker trovò alcune difficoltà per il ruolo di Margaret Krusenmark, poiché le diverse attrici prese in considerazione tra cui: Anne Parillaud, Geena Davis, Kathleen Turner e Kelly McGillis non avevano la fisionomia adatta per l'idea che Parker aveva del personaggio. La McGills fu presa in considerazione anche da William Hjortsberg, in particolare dopo la sua performance in Witness - Il testimone, ma Parker era riluttante ad assumerla. Quando però Mickey Rourke gli suggerì l'attrice inglese Charlotte Rampling, Parker si convinse ad assumere quest'ultima e decise di contattarla per offrirle il ruolo. Parker aprì la fase di casting per le comparse a New York, e oltre 1.400 persone si presentarono per ottenere la parte. L'attrice Elizabeth Whitcraft, che aveva ricoperto un piccolo ruolo in un precedente film di Parker Birdy - Le ali della libertà, fu assunta per il ruolo della giornalista Connie, che aiuta Angel nelle indagini. In seguito Parker cercò varie comparse per il ruolo dei suonatori jazz di New Orleans. Clarence Brown e Deacon John Moore furono coloro che sostennero il provino migliore, e secondo Parker avere dei veri suonatori di jazz avrebbe dato un sapore più realistico al film. In seguito Parker ritornò a New York, dove provinò altri attori per i musicisti della banda di Toot Sweet (personaggio che ancora non aveva un interprete); dopo alcuni giorni, ingaggiò le comparse Bo Diddley e Dizzy Gillespie. Verso le ultime fasi di casting vennero ingaggiati anche Brownie McGhee, per la parte di Toot Sweet e Dann Florek nei panni dell'avvocato di Louis Cyphre. Questi ultimi due personaggi reciteranno appena una scena ciascuno, tuttavia a detta di Parker il loro casting fu difficile perché voleva che l'interprete rispecchiasse la professione del personaggio; a sua detta Florek aveva un aspetto da avvocato e McGhee sembrava un suonatore di jazz squattrinato.


La pre-produzione incominciò nel gennaio 1986 a New York, dove Parker riunì gran parte del suo gruppo di lavoro, inclusi il produttore Alan Marshall, il direttore della fotografia Michael Seresin, il montatore Gerry Hambling e il costumista Brian Morris. Lo scenografo Brian Morris e il team di trucco impiegarono circa due mesi per ricreare la New York degli anni cinquanta. A causa delle temperature meteorologiche sfavorevoli, gran parte del trucco venne usato per ricreare la neve e il ghiaccio in alcune scene. In Alphabet City, a Manhattan, vennero girate le scene del bar e quella di Angel in intimità con Connie nella stanza del motel. La scena più discussa, quella del rapporto intimo tra Angel ed Epiphany, fu girata in uno dei motel di Royal Street e richiese quattro ore per essere girata. Parker fece in modo di limitare il numero di membri della troupe presenti durante le riprese della scena includendo oltre a lui, il montatore Michael Seresin, e due assistenti operatori. Per mettere a loro agio i due attori, Parker mise su della musica. La colonna sonora del film fu composta e arrangiata dal musicista sudamericano Trevor Jones, tramite l'uso del sassofono per le parti jazz e con l'aiuto di Courtney Pine. Parker assunse Jones poiché era rimasto molto colpito dalle musiche da lui composte per il film A 30 secondi dalla fine. Tuttavia Jones fu comunque costretto a tagliare alcuni parti delle musiche perché potessero essere pubblicate. Jones compose la colonna sonora tramite la musica elettronica e synclavier. Parker scelse la canzone "Girl of my Dreams" di Glen Gray come tema ricorrente del film, facendolo persino accennare ad Angel in una scena nella casa di Margaret Krusenmark. Il regista voleva che il tema spaventasse in qualche modo lo spettatore oltre allo stesso Harry Angel. Oltre alle musiche di Jones, la colonna sonora comprende anche molti brani blues e performance di questo genere, inclusi "Honeyman Blues" di Bessie Smith, e "Soul on Fire" di LaVern Baker. Brownie McGhee invece intonò "The Right Key, but the Wrong Keyhole" and "Rainy Rainy Day", e Lilian Boutte prese parte come vocalist. L'arrangiamento originale di "Girl of my Dreams" del 1937 viene eseguito alla fine col titolo fittizio di "Life would be Complete" di Johnny Favorite. Durante la fase di post-produzione, Jones montò le varie tracce all'Angel Recording Studio, uno studio di registrazione costruito in una chiesa abbandonata a Islington, nel nord di Londra, con messa a punto finale presso la Warner Hollywood Studios, a Los Angeles. La colonna sonora originale venne infine rilasciata tramite Antilles Records.

Come scritto prima il film si svolge a New York nella sua prima parte mentre verso la metà del film l'ambientazione si sposta a New Orleans; la scena iniziale mostra un subbuglio di New York malfamato, lurido, in cui le uniche immagini riconoscibili sono quelle dei corvi e del degrado ambientale della città. Tale scena è stata volutamente inserita da Parker, che la scelse per sorprendere già da subito lo spettatore e farlo addentrare nell'atmosfera del film. Per cui la scelta di Parker si rivelò assolutamente inusuale per l'epoca (una delle immagini indistinte della scena iniziale sembra raffiguri addirittura parte di un cadavere umano), che di certo aveva come senso biunivoco quello di fare una rappresentazione "diversa" della grande mela e di rendere ogni dettaglio, incluso il set, aderente ai toni cupi e alla trama noir del film. Una simile derisione del set, a detta dello stesso Parker, prende spunto dalla raffigurazione che Ridley Scott ne fa di Los Angeles nel suo futuristico Blade Runner; il film, al contrario, è ambientato nel futuro ma allo stesso modo fin da subito è percepibile l'intenzione del regista di denigrare l'atmosfera californiana e far apparire tutto in modo negativo e ripugnante. Discorso a parte va fatto per la raffigurazione di New Orleans, che non era neanche prevista nel romanzo ma che Parker ha deciso di adattare allo stesso burbero modo di New York, facendone una città in molti punti spenta, malinconica e dominata da figure perennemente insoddisfatte e misteriose. Il personaggio di Harry Angel compie un vero e proprio viaggio attraverso varie città americane, e in tutte prevale un paesaggio di campagna (come nella residenza di Epiphany e l'incontro tra Angel e il padre della Krusenmark) scelto apposta dal regista perché più rozzo di un normale ambiente di città.

E' bello tornare a parlare dei film tipici della decade degli anni 80, nella quale è presente una vasta scelta di generi quasi tutti permeati da quel carisma tipico di quell'annata (in particolare in America). Incappai in questa pellicola durante una ricerca su vasta scala dei ruoli interpretati da Bob De Niro e debbo dire che ne rimasi totalmente abbagliato per la vena oscura e malsana che aleggia su tutta la pellicola. Alan Parker (grande regista) è riuscito nell'intento di fare il suo Blade Runner versione horror, anzi a dirla tutta un thriller a sfondo esoterico, in cui il ringiovanimento del genere noir in quel determinato periodo ha prodotto delle gemme uniche (e sottovalutate) che sono sfociate nel già citato Neo-Noir. La pioggia ricorrente che domina buona parte del film, l'atmosfera scura, ombrosa e opprimente mo strano una New York spenta, in contrasto con l'opinione popolare dell'epoca (Manhattan di Allen per esempio), dominata da smog, polveri e personaggi controversi; al tempo stesso i dialoghi sono così attuali che lo spettatore sembra quasi dimenticarsi del fatto che la storia si svolga nel 1955. Anche la New Orleans descritta da Parker è una città spenta, con un sole sbiadito in quei pochi attimi in cui compare, e queste raffigurazioni paesaggistiche oscure sembrano riflettere il carattere oscuro dei personaggi. Il protagonista Harry Angel è senza dubbio un Marlowe di Chandleriana memoria: antieroe scalcinato, solitario, fallito, misantropo che a sua volta è interpretato da un Rourke nei suoi migliori anni di carriera e freschezza estetica a cui vengono affiancati nella trama personaggi come: il Louis Cypher di Bob che è inquietante nella sua ambiguità d'essere contrastante con l'eleganza misteriosa che aleggia su di lui, Lisa Bonet con la sua Epiphany che riesce ad essere seducente ed inquietante allo stesso tempo e pure Charlotte Rampling nei panni di Margaret Krusenmark con il suo esoterismo. Lo stesso Harry Angel man mano che procede la trama sembra diventare la morte senza volto, colui che porta sventura nella ricerca del passato di quel Johnny Favorite: una voce d'oro del jazz che sembra aver stipulato un patto con Lucifero in persona per il suo talento.



Oltre alla convincente messa in scena elaborata dagli scenografi vi è la fotografia di Michael Seresin che valorizza ulteriormente il film che sembra girato: in una camera oscura piena di polvere e fumi, la pellicola trasuda, torbida e dallo schermo arrivano effluvi venefici. Senza scordarsi dell'infernale Jazz elaborato dal compositore Trevor Jones, che è la colonna portante del film con il suo incedere nella trama come lo era Vangelis in Blade Runner. Gli oggetti sembrano prendere anch'essi parte al film in qualità di personaggi: le ricorrenti pale di un vecchio ventilatore che roteano di presenza, le sigarette e i pacchetti accartocciati, gli specchi pallidi. I numerosi richiami esoterici fanno da sfondo per tutto il film: la scena del rito vodoo viene mostrata in tutta la sua crudeltà, in modo frenetico, quasi a voler invogliare lo spettatore a sentirsi sempre più parte di essa. Senza poi parlare del cuore, perno centrale della trama che nella scena in cui Angel va a parlare con la Krusenmark, rimane affascinato dal rumore dei piedi del tip tap di un bambino, ma in pochi secondi questi rintocchi del tip tap si trasformano in battici cardiaci. Senza poi citare il fantastico montaggio di Gerry Hambling che alterna analessi temporali, incubi ed immagini con un tocco maligno e che aumentano mentre tutti i nodi vengono al pettine nel finale del film. Ogni morte nel film poi viene rappresentata come una legge del contrappasso prese direttamente dalla Divina Commedia di Dante Alighieri in questo si aggiunge poi la tanto disturbante scena d'amplesso tra Rourke e Bonet (che costo inizialmente l'X Rating alla pellicola) dove lì il simbolismo del sangue e della pioggia si unisce definitivamente. Ulteriore prova della bravura di Alan Parker è quello spaccato razziale tipicamente americano, qui solo accennato ma in modo molto forte: che verrà poi ripreso nel suo successivo Mississippi Burning, altro capitolo imperdibile nella carriera del regista in questione. Angel Heart è un neo-noir dalle tinte horror per me imperdibile e che durante la visione risulta come un ascensore che discende lentamente fino all'inferno (che è anche il sottotitolo italiano del film)

lunedì 14 settembre 2020

Uncut Gems (2019) Shine on you, crazy Opal

 


Ed eccomi qui a parlarvi della tanto acclamata pellicola diretta da Johnny e Benny Safdie, una coppia di fratelli registi che è in ballo nella settima arte sin dal lontano 2002 che nel proprio palmares vanta: una dozzina di cortometraggi, due video musicali, un paio di documentari e cinque pellicole da grande schermo di cui questo Uncut Gems è il loro quinto ed ultimo lavoro. Premetto che lo stile del dinamico duo mi è totalmente estraneo visto che questa infatti è la prima loro produzione che mi capita in visione e quindi i loro topos nella regia non mi possono risultare ricorrenti. I due hanno scritto la sceneggiatura assieme a Ronald Bronstein, ispirandosi inizialmente alle storie che loro padre gli raccontava da piccoli sulla sua esperienza di lavoro nel Diamond District di Manhattan. Il film è stato prodotto dalla A24 per poi essere distribuito dalla piattaforma Netflix, tra i produttori esecutivi è bene notare un certo Martin Scorsese. Inizialmente il protagonista doveva essere interpretato da Jonah Hill per poi però essere sostituito da Adam Sandler il restante cast invece è composto da: Eric Bogosian, Judd Hirsch, Lakeith Stanfield, Julia Fox, il famoso giocatore di pallacanestro Kevin Garnett, Idina Menzel ed il cantante The Weeknd. La colonna sonora è stata composta Oneohtrix Point Never (pseudonimo di Daniel Lopatin) invece alla fotografia troviamo il francese Darius Khondji. Il film è risultato il più grande incasso della casa di produzione A24 ed Adam Sandler si è aggiudicato il premio come miglior protagonista maschile ai Indipendent Spirit Award.



Per molte persone questa pellicola (me compreso) può risultare alienante visto che tra i temi del film spiccano quello degli ebrei in America, fattore che mi risulta molto estraneo essendo italiano nonostante abbia visto un’infinità di film con loro protagonisti sia a livello tematico o meno: menzione va fatta per i Coen anche loro molto legati alla loro cultura. La figura dei giudei in America è da sempre un tema portante ed interessante che è stato più volte trattato, come il loro stereotipo (venditori di diamanti in primis, che però qui si affianca ad uno sport simbolo degli USA ovvero l’NBA difatti nel cast figura quel grande professionista che porta il nome di Kevin Garnett (voci dico che per il ruolo ci fosse anche in ballo il compianto Kobe Bryant). Quindi Ebraismo e cestistica ma anche diamanti e sfide personali in una vita frenetica ed erratica a livello morale come quella che il protagonista vive e vediamo su pellicola. Interessante tra i tanti dialoghi la chicca (che sia vera o meno) che i primi due punti NBA furono fatti da un ebreo di nome Ossie Schectman nel 1946 giocatore dei New York Knicks (squadra preferita dei registi), questa mia menzione è per far notare quanto la sceneggiatura scritta a sei mani sia permeata da questo continuo incedere culturale e volutamente contrastante della società americana. Altra menzione va fatta per il voler far combaciare la storia con un determinato evento sportivo (reale), la gara 7 dei Philadelphia 76ers contro i Boston Celtics, cosa che ho notato ben poche volte nel cinema contemporaneo escluso Men in Black 3 dove la narrazione fittizia viene a combaciare con quella reale, una trovata che ho sempre particolarmente amato perché scritta e combaciata nel giusto modo esalta lo sviluppo narrativo.





La trama comunque viene da sé: Howard Ratner, un affermato gioielliere di Manhattan con una grande passione per le scommesse e un’inclinazione naturale per la truffa. Dopo aver fatto una serie di rischiose scommesse, che potrebbero però garantirgli vincite colossali, Howard si trova costretto a dover tenere sotto controllo la vita familiare e professionale mentre cerca di far fronte ad alcuni debiti ingenti, tra i quali quelli con il cognato Aron. Il mix teso tra dramma e comicità è molto fruibile grazie anche al fatto che i registi hanno saputo dare tempo alle scene di crescere, così da poter ampliare la visione e far risaltare i momenti più importanti. La colonna sonora di ottantesca memoria da parte di Lopin è impareggiabile nel supportare la rocambolesca evoluzione degli eventi narrativi ed è ben accompagnata dalla vivida fotografia di Khondji, che con quelle tinte blu prepotenti e sature mette in bella mostra New York e la sua frenesia di tutti i giorni. Punto focale del film è come sempre il cast: Adam Sandler si mette in gioco come poche volte nella sua vita (l’ultima voltà fu per Paul Thomas Anderson) tentando pure di voler redimere una carriera fin troppo fiacca a livello di qualità di produzioni donando così al protagonista tutta l’essenza del suo stampo recitativo, bellissima Julia Fox che sembra ricalcare la bravura di una grande attrice sottovalutata come Penelope Ann Miller interpretandone un ruolo che ne ricorda la carriera nei 90, Lakeith Stanfield una garanzia grazie ai suoi personaggi ambigui sin dai tempi di Get Out, un Garnett che dimostra d'essere anche un grande attore oltre che giocatore, senza poi scordarsi dell’indimenticato e sempre sottovalutato Bogosian. Il film nella sua integrità è sicuramente da vedere, si finisce pure per fare il tifo per il discutibile sempre sull'orlo dell'oblio protagonista e per ammaliarsi con il dolcissimo personaggio di Julia Fox: siamo davanti ad una pellicola lontana dalla perfezione ma che sembra dannatamente fare il filo a bei lavori come quelli fatti da Martin Scorsese o Brian De Palma negli anni 90.




Ultima menzione per la particolarissima opening (presente pure nei titoli di coda), che scatta dopo l’incipit quasi mistico in Etiopia che a sua volta dona l’alone misterioso e quasi universale al tanto menzionato opale nero oggetto del desiderio del protagonista (e non solo), ispirata ai lavori di micrografia fatti da Eduard Gübelin e Danny J. Sanchez esperti in gemmologia (ramo della mineralogia).

giovedì 10 settembre 2020

Ready or Not (2019) La prima notte di nozze non si scorda mai


- Ready or not, here I come, you can't hide - cantavano i Fugees nel 1996 (direttamente dall'album The Score) ma è anche il leitmotiv musicale che accompagna le truculente avventure della protagonista di questo film. Si può iniziare parlando che questa pellicola prodotta da Mythology Entertainment & Vinson Films (e distribuita Fox Searchlight Pictures) è il primo horror (ci ritorniamo dopo su questo termine) nato dalla Disney (l'ultimo precedente rimaneva Frankenweenie, ben 7 anni fa). La sceneggiatura nasce dal duo Guy Busick and R. Christopher Murphy, invece alla regia troviamo un'altra coppia formata da Matt Bettinelli-Olpin & Tyler Gillett. La maggior parte delle riprese sono state fatte in suolo canadese (anche se non si nota). Il cast è formato da: Samara Weaving, Andie MacDowell, Adam Brody, Mark O'Brien, Melanie Scrofano, Henry Czerny e Elyse Levesque la colonna sonora invece vede la partecipazione del ben noto compositore Bryan Tyler. La pellicola ha guadagnato ben 38 milioni di dollari in patria partendo da un budget di 6 milioni.



Come ben sapete sono un fan dei generi, qualunque esso sia io mi ci immergo fino a discernere le sue contaminazioni ed ispirazioni ed anche questo film non è scappato al mio severo sguardo che tutto sovrasta. Finché morte non ci separi (questo il titolo italiano) non è un horror puro: direi più che altro un ibrido tra una commedia nera e un thriller, questo perché vedendo i registi a capo di tale operazione si possono notare i loro stilemi dato che arrivano direttamente da un collettivo artistico che ha fatto di questo genere il propio marchio di fabbrica. Da tanto tempo non vedevo una sposa insanguinata in cerca di vendetta (Kill Bill, Rec 3) cosa che mi ha fatto subito incuriosire vista anche la mescolanza di generi del quale è permeato tutto il film presentata sulla carta. La trama vien da sè: Grace nella sua prima notte di nozze viene invitata a seguire una tradizione della famiglia Le Domas, durante la quale tutti i membri partecipano ad un gioco insieme. I partecipanti sono Alex, suo fratello alcolizzato Daniel e sua moglie Charity, sua sorella Emilie (dipendente dalla droga) e suo marito Fitch Bradley, suo padre Tony, sua madre Becky e sua zia Helene. Viene spiegato che il bisnonno di Tony strinse un patto con un uomo di nome Le Bail, che avrebbe aiutato la famiglia a crearsi una fortuna se avessero seguito questa tradizione. Grace pesca una carta dalla scatola di Le Bail: esce “nascondino”. Mentre la ragazza va a nascondersi, la famiglia si arma per ucciderla. Innanzitutto sulla tavola, all'oscuro di tutto, la mia voglia di guardare questa pellicola è nata dalla presenza della bellissima (e molto brava) attrice australiana Samara Weaving (nipote del ben noto Hugo), che dopo lo sdoganamento con The Babysitter di Netflix (che qui da carnefice satanica diventa ironicamente agnello sacrificale) è riuscita a farsi spazio nello showbiz Hollywoodiano in tante varie produzioni. Alla faccia di chi la riteneva una Margot Robbie di serie B.
La seconda cosa che ho amato, durante la visione del film, è la storia nella storia della famiglia Le Domas e della loro incredibile fortuna nata grazie ad un incontro fortunato con un personaggio molto oscuro noto come Le Bail. Questo tipo di aggiunta dona alla trama quel fascino dark e quell'alone di mistero che domina silenziosamente la pellicola mentre essa si svolge sotto i nostri occhi fino al finale rivelatore che svela (in parte) la natura del patto fatto dal capostipite Le Domas con il già citato Le Bail. La trama è gia vista e trita in questo non dovete stupirvi però l'abilità della quadriglia creativa tra regia e sceneggiatura regala un prodotto frizzante che in novanta minuti e poco più sa non annoiare. Il cast fila lisco con tutti i suoi caratteristi tra quali spiccano senza dubbio: Samara, Andie MacDowel (chi si rivede) e Adam Brody che grazie ad una buona gestione (e recitazione) dei tempi comici e drammatici non sfigurano mai davanti alla telecamera. Un prodotto godibile insomma che non manca però di accorgimenti che avrebbero dato alla pellicola un maggior risalto cosi da poter mettere da parte il mero intrattenimento e fondere meglio i generi. Samara (che bionda ragazzi) sembra calzare a pennello queste pellicole che richiamano Sam Raimi e Joe Dante, tanto per citare due figure che hanno sempre saputo come contaminare un genere come l'horror, oltrettuto non si risparmia mai nel recitare la parte passando facilmente dall'essere una bellissima ragazza spontanea ad una Rambo dagli occhi azzuri che cerca vendetta (però questa limitata dalla poco voglia di lascarsi andare della sceneggiatura) ed infine alla classica scream queen.
Il risultato di tutto questo è una pellicola che vi consiglio caldamente di guardare anche perchè l'ambientazione gotica di una grossa villa che si riempirà di sangue ha da sempre il suo fascino intrinseco, difatti la fotografia di Brett Jutkiewicz e la scenografia di Andrew M. Stearn valorizzano perfettamente la narrazione ed i suoi aspetti oscuri. Dal lato musicale Tyler non si lascia sfuggire niente: Beethoven in apertura che non può mai mancare con un po' di sana ultraviolenza in arrivo, un bellissimo componimento dal gusto vecchio stile basato sul nascondino (Hide and Seek) e Love me tender del mitico Elvis sul finale (questa però è un rifacimento del gruppo Stereo Jane). Concludendo vedere la protagonista imbrattata di sangue e con il ghigno di chi ha passato un inferno ed è ritornata indietro lascia sempre il segno, come in tutti i film degni di visione che si rispettino.