Uncut Gems (2019) Shine on you, crazy Opal

 


Ed eccomi qui a parlarvi della tanto acclamata pellicola diretta da Johnny e Benny Safdie, una coppia di fratelli registi che è in ballo nella settima arte sin dal lontano 2002 che nel proprio palmares vanta: una dozzina di cortometraggi, due video musicali, un paio di documentari e cinque pellicole da grande schermo di cui questo Uncut Gems è il loro quinto ed ultimo lavoro. Premetto che lo stile del dinamico duo mi è totalmente estraneo visto che questa infatti è la prima loro produzione che mi capita in visione e quindi i loro topos nella regia non mi possono risultare ricorrenti. I due hanno scritto la sceneggiatura assieme a Ronald Bronstein, ispirandosi inizialmente alle storie che loro padre gli raccontava da piccoli sulla sua esperienza di lavoro nel Diamond District di Manhattan. Il film è stato prodotto dalla A24 per poi essere distribuito dalla piattaforma Netflix, tra i produttori esecutivi è bene notare un certo Martin Scorsese. Inizialmente il protagonista doveva essere interpretato da Jonah Hill per poi però essere sostituito da Adam Sandler il restante cast invece è composto da: Eric Bogosian, Judd Hirsch, Lakeith Stanfield, Julia Fox, il famoso giocatore di pallacanestro Kevin Garnett, Idina Menzel ed il cantante The Weeknd. La colonna sonora è stata composta Oneohtrix Point Never (pseudonimo di Daniel Lopatin) invece alla fotografia troviamo il francese Darius Khondji. Il film è risultato il più grande incasso della casa di produzione A24 ed Adam Sandler si è aggiudicato il premio come miglior protagonista maschile ai Indipendent Spirit Award.



Per molte persone questa pellicola (me compreso) può risultare alienante visto che tra i temi del film spiccano quello degli ebrei in America, fattore che mi risulta molto estraneo essendo italiano nonostante abbia visto un’infinità di film con loro protagonisti sia a livello tematico o meno: menzione va fatta per i Coen anche loro molto legati alla loro cultura. La figura dei giudei in America è da sempre un tema portante ed interessante che è stato più volte trattato, come il loro stereotipo (venditori di diamanti in primis, che però qui si affianca ad uno sport simbolo degli USA ovvero l’NBA difatti nel cast figura quel grande professionista che porta il nome di Kevin Garnett (voci dico che per il ruolo ci fosse anche in ballo il compianto Kobe Bryant). Quindi Ebraismo e cestistica ma anche diamanti e sfide personali in una vita frenetica ed erratica a livello morale come quella che il protagonista vive e vediamo su pellicola. Interessante tra i tanti dialoghi la chicca (che sia vera o meno) che i primi due punti NBA furono fatti da un ebreo di nome Ossie Schectman nel 1946 giocatore dei New York Knicks (squadra preferita dei registi), questa mia menzione è per far notare quanto la sceneggiatura scritta a sei mani sia permeata da questo continuo incedere culturale e volutamente contrastante della società americana. Altra menzione va fatta per il voler far combaciare la storia con un determinato evento sportivo (reale), la gara 7 dei Philadelphia 76ers contro i Boston Celtics, cosa che ho notato ben poche volte nel cinema contemporaneo escluso Men in Black 3 dove la narrazione fittizia viene a combaciare con quella reale, una trovata che ho sempre particolarmente amato perché scritta e combaciata nel giusto modo esalta lo sviluppo narrativo.





La trama comunque viene da sé: Howard Ratner, un affermato gioielliere di Manhattan con una grande passione per le scommesse e un’inclinazione naturale per la truffa. Dopo aver fatto una serie di rischiose scommesse, che potrebbero però garantirgli vincite colossali, Howard si trova costretto a dover tenere sotto controllo la vita familiare e professionale mentre cerca di far fronte ad alcuni debiti ingenti, tra i quali quelli con il cognato Aron. Il mix teso tra dramma e comicità è molto fruibile grazie anche al fatto che i registi hanno saputo dare tempo alle scene di crescere, così da poter ampliare la visione e far risaltare i momenti più importanti. La colonna sonora di ottantesca memoria da parte di Lopin è impareggiabile nel supportare la rocambolesca evoluzione degli eventi narrativi ed è ben accompagnata dalla vivida fotografia di Khondji, che con quelle tinte blu prepotenti e sature mette in bella mostra New York e la sua frenesia di tutti i giorni. Punto focale del film è come sempre il cast: Adam Sandler si mette in gioco come poche volte nella sua vita (l’ultima voltà fu per Paul Thomas Anderson) tentando pure di voler redimere una carriera fin troppo fiacca a livello di qualità di produzioni donando così al protagonista tutta l’essenza del suo stampo recitativo, bellissima Julia Fox che sembra ricalcare la bravura di una grande attrice sottovalutata come Penelope Ann Miller interpretandone un ruolo che ne ricorda la carriera nei 90, Lakeith Stanfield una garanzia grazie ai suoi personaggi ambigui sin dai tempi di Get Out, un Garnett che dimostra d'essere anche un grande attore oltre che giocatore, senza poi scordarsi dell’indimenticato e sempre sottovalutato Bogosian. Il film nella sua integrità è sicuramente da vedere, si finisce pure per fare il tifo per il discutibile sempre sull'orlo dell'oblio protagonista e per ammaliarsi con il dolcissimo personaggio di Julia Fox: siamo davanti ad una pellicola lontana dalla perfezione ma che sembra dannatamente fare il filo a bei lavori come quelli fatti da Martin Scorsese o Brian De Palma negli anni 90.




Ultima menzione per la particolarissima opening (presente pure nei titoli di coda), che scatta dopo l’incipit quasi mistico in Etiopia che a sua volta dona l’alone misterioso e quasi universale al tanto menzionato opale nero oggetto del desiderio del protagonista (e non solo), ispirata ai lavori di micrografia fatti da Eduard Gübelin e Danny J. Sanchez esperti in gemmologia (ramo della mineralogia).

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