sabato 27 gennaio 2018

Q & A (1990) il cattivo tenente di Sidney Lumet

Q & A (da noi in Italia chiamato Terzo Grado) uscì nel 1990, la pellicola è il 37esimo lungometraggio diretto dal Maestro Sidney Lumet. La sceneggiatura fu scritta dallo stesso Lumet ed è basata sul libro omonimo scritto da Edwin Torres (lo stesso autore da cui poi è stato tratto Carlito's Way di Scorsese, dal libro Afterhours) nel 1977. Il film fu prodotto dalla Regency International Pictures assieme a Burtt Harris e Arnon Milchan, vantava un budget di sei milioni di dollari ed al botteghino ebbe un modesto successo (ben 11 milioni di dollari) ritornando così nei costi di produzione. La fotografia fu elaborata da Andrzej Bartkowiak alla colonna sonora invece Rubén Blades inoltre il cast vantava la partecipazione di: Nick Nolte, Timothy Hutton, Armand Assante, Patrick O'Neal, Luis Guzmán, Charles S. Dutton, Jenny Lumet e Paul Calderon.
 
 
 
 
 
Sebbene il scomparso Lumet abbia diretto film più altisonanti e riusciti (Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani ad esempio), anche questo "Terzo grado" risulta un gran film poliziesco che da un semplice caso di omicidio, piano piano sfocia in un qualcosa di assai più grande. Le interpretazioni convincenti, la durezza dei dialoghi, il contesto barrio/newyorkese e la serrata regia di Lumet riescono a far funzionare molte scene prese singolarmente, ma solo in parte il film nel suo insieme, che alla fine lascia l'amaro in bocca per come rende la storia confusionaria e molto più complicata di quello che è in realtà. Ad ogni modo un buon thriller poliziesco (aiutato dal soggetto di partenza), crudo e violento, che trova il suo cavallo di battaglia in un Nolte a dir poco pietrificante. Poteva essere migliore, ma anche così rimane tutt'altro che da buttare.
 
 
 
  
A qualche momento soporifero, soprattutto per ciò che concerne le vicende personali del protagonista, si alterna un'interessante torbida vicenda che annovera delle ottime sequenze d'azione. L'incipit è sfolgorante, ma alcune sciagurate scelte di copione probabilmente dovute a motivi commerciali limitano il ritmo del film (come la già citata infenzione sentimentale). Riuscitissima la fotografia sia nei paesaggi metropolitani che in quelli soleggiati meno interessante per certi versi la colonna sonora che si avvale di una abbastanza alienante canzone di Rubén Blades.
  
Questo film si può prefigurare come una summa del poliziesco neorealista moderno americano tipico di Lumet (ma anche del suo cinema in generale), si possono trovare difatti: la corruzione della polizia (come in Quel pomeriggio di un giorno da cani), la corruzione dei poteri forti (come in Quinto potere) e tanti altri stilemi del suo modo di fare cinema nel quale (in particolare) la direzione del cast che risulta sempre adatta ed anche superlativa al girato. Come già menzionato Nick Nolte è il vero protagonista grazie al suo "cattivo sbirro" corrotto e trucido quanto basta per essere ricordato grazie anche all'impostazione fisica e psicologica attuata dall'attore, ma non sfigura neanche il resto del cast tra i quali Calderon che da bravo attore underground mette in mostra la figura di un trans veramente accativante, forse l'unica nota fuori posto (dovuta alla sceneggiatura) è il personaggio interpretato dalla figlia del regista Jenny Lumet che rimane sullo sfondo nonostante la buona credibilità nella recitazione.

venerdì 26 gennaio 2018

Excalibur (1981) La magia del fare (cinema) di John Boorman

Correva l'anno 1981 quando il regista John Boorman uscì al cinema al cinema con Excalibur, accantonato lo sviluppo del Signore degli Anelli di Tolkien decise di lavorare ad un altro ambizioso progetto che vedeva la trasposizione di tutto il ciclo Arturiano. Il soggetto che fu preso per la stesura della sceneggiatura (scritta dal regista stesso assieme a Rospo Pallenberg) riguardava La Morte d'Arthur di Thomas Malory. La produzione ebbe il beneficio della Orion Pictures Corporation in cui figuravano anche Robert A. Eisenstein e Edgar F. Gross, a livello tecnico il film vanta la collaborazione di Alex Thomson alla fotografia, John Merritt e Donn Cambern al montaggio, Trevor Jones alle composizioni musicali, Bob Ringwood ai costumi ed infine per il comparto scenografico furono chiamati Anthony Pratt; Tim Hutchinson (come architetti scenografi) e Bryan Graves (come arredatore). Il film ebbe un gran successo al botteghino (ben 34 milioni e passa d'incasso in suolo americano) ed ottenne al 34° Festival di Cannes (nel quale fu presentato in concorso un Premio) per il contributo artistico assegnato a Boorman ed una nomination agli Oscar per la fotografia di Thompson. Per il cast il regista scelse dei volti poco noti, così da porre maggior importanza alla trama infatti figurano diversi attori all'epoca non ancora famosi come Helen Mirren, Gabriel Byrne, Patrick Stewart e Liam Neeson.
Uno dei film che hanno maggiormente segnato gli anni 80 nel genere fantasy, tanto che è stato recentemente omaggiato in BvS - Dawn of Justice di Zack Snyder. Innanzitutto si può notare come la stilistica di Boorman colpisca visceralmente il lato emotivo con una violenza dura, facendo a più riprese leva sul comparto onirico e fantastico regalandoci una messa in scena veramente suggestiva. Excalibur si presta sicuramente a innumerevoli visioni per apprezzarne meglio la bellezza e il significato dei messaggi contenuti visto che passa dalla durezza della realtà medievale al sogno cavalleresco senza che lo spettatore possa distinguere l'uno dall'altro. Verrebbe da dire che ormai non ne fanno più così di film epici/fantasy, i personaggi sembrano muoversi all'interno di una cornice onirica dove la sceneggiatura (non priva comunque di difetti) contribuisce a dare l'idea di un tempo senza tempo, di un'epoca ancora legata ai primordi di una società che deve essere rifondata attorno a un re, attorno a nuovi valori, attorno a una nuova religione (il cristianesimo che subentra alle culture pagane trascinandosi dietro un Merlino che giustamente afferma "Ormai i giorni dei pari nostri sono numerati. Il Dio unico viene a cacciare via i molti dei, gli spiriti dei boschi e dei torrenti iniziano a tacere. E' il destino delle cose").
Nelle sue pecche si possono comunque riscontrare delle transizioni non abbastanza adeguate o anche grezze, forse dovute al montaggio o magari anche dall'azzeccatissima impostazione di stampo teatrale che tende a limitare talvolta lo sviluppo narrativo tipicamente cinematografico che si sovrappone al già citato progetto ambizioso di trasporre una storia veramente lunga. Vi è da citare anche una messa in scena molto più tipica degli anni 70 che dei particolarissimi anni 80, ma sono comunque dei dettagli non limitano totalmente il prodotto che supportato dalle carismatica regia di Boorman regala ottime e memorabili scene. Trevor Jones con astuzia e intelligenza elabora o adatta composizioni adeguatissime al girato: "La marcia funebre di Sigfrido"/"Tristano e Isotta"/"Parsifal" di Wagner, "O fortuna" di Orff sembrano scritte apposta per questo film per come si sposano magicamente con la fotografia ottimamente elaborata da Alex Thomson in una maniera che all'epoca era di un impatto oggi poco immaginabile (vedasi i tre colori dominanti nei tre archi narrativi: il verde per l'uomo unificato al paganesimo, l'oro per l'epoca di ricchezza e pace ed infine il rosso apocalittico per i tempi oscuri).
Il cast forse non gode di incredibili interpretazioni superlative, se si esclude il divertentissimo Merlino di Nicol Williamson, ma sicuramente trova forza nello stampo teatrale degli attori, dove giovani come Byrne, la Mirren, Patrick Stewart, Liam Neeson, Cherie Lunghi, Nigel Terry e Nicholas Clay offrono delle credibili e talvolta accattivanti prove senza mai sfociare nelle esagerazioni recitative. Da citare pure il ruolo della figlia maggiore del regista Katrine Boorman, che offre due personaggi molto interessanti nonostabte il poco minutaggio, senza scordarsi poi la piccantissima (se pur breve) scena con Byrne ad inizio film.

In conclusione, reputo Excalibur una pellicola interessante, ma in particolare epicamente affascinante che merita comunque una visione. In due ore e passa Boorman riesce a trasporre interamente le vicende di Camelot (o almeno quelle più essenziali), trasmettendo non solo il racconto come da soggetto, ma variando in modo geniale profili psicologici e ambientazioni dal tono cupo (in cui violenza e erotismo sono ben congegniate).


sabato 20 gennaio 2018

Arte: The Neon Demon di Nicolas Winding Refn del 2016

Le lacrime di Freyja di Anne Marie Zilberman
Considerata la dea della fertilità, della guerra, della seduzione e dell’amore, Freyja è una divinità della mitologia nordica, la religione tradizionale pre-cristiana dei popoli della Scandinavia. Questa breve premessa è d’obbligo per introdurre all’analisi di uno dei dipinti più amati e, purtroppo, falsamente attribuiti: “Le lacrime di Freyja”, opera non di Gustav Klimt, come diffusamente si crede, bensì di Anne Marie Zilberman, pittrice contemporanea francese. Freyja è rappresentata in primissimo piano. Il suo bel volto è ravvivato dal rosso scuro delle labbra e dalle chiome che scendono a coprire interamente l’occhio destro. Dall’altro occhio scendono le famose lacrime d’oro versate, secondo il mito, per amore del marito.

Cattivi preferiti: Carl Fogarty



Carl Fogarty (Ed Harris)

Caratteristiche: Gangster, Vendicativo, Guercio

Film: A History of Violence 2005 di David Cronenberg

Frase: "Lo vede quest'occhio?, non è del tutto andato, ma l'unica cosa che riesce ancora a vedere è Joey.."


venerdì 19 gennaio 2018

Nosferatu: Phantom der Nacht (1979) Dracula secondo Werner Herzog

Remake del classico Nosferatu, eine Symphonie des Grauens di Murnau capisaldo del cinema horror e del cinema espressionista tedesco ad opera di HerzogGià dai titoli di testa si può capire a cosa si va incontro, qui non ci sta una luce fuori da questo tunnel oscuro, il pessimismo e l'orrore fanno da padroni nella pellicola. Nella prima parte, il viaggio e il soggiorno di Jonathan Harker nel castello del conte Dracula, Herzog la clasicca prassi del cinema d'orrore adattandola a Klaus Kinski ed agli stupendi paesaggi accompagnati dalla musica di Wagner, alla quale ci s'immerge assieme ad Harker in una dimensione oscura e negativa, quasi un'entità  senza tempo e senza spazio, all'interno del castello di un Dracula malinconico, recluso a vivere per l'eternità. La forza espressiva di questa prima parte non è dovuta solamente al vampiro, ma alla natura primordiale, alla sua perennità e insondabilità, alla sua lontananza e cecità nei confronti degli esseri umani. Questa natura non è malvagia, ma incute timore, il Dio di Herzog è un Dio triste e indifferente, proprio come Nosferatu.
Nella seconda parte invece, con l'arrivo di Nosferatu alla città, la dimensione metafisica fa introspezione a quella etica del vivere, il film diventa ancora più simbolico, diventando una metafora. Non è difficile, vedere nell'avanzata dei topi nella città l'espansione del secondo grande conflitto in Europa. La città nella quale si aggira sgomenta Lucy è sicuramente una città in rovina, devastata dalla guerra e dai bombardamenti. E il finale, bellissimo ,ci mostra come solo l'amore, oltre l'indifferenza, possa vincere il male. Un male che desidera anch'esso implodere nell'amore: questo è il desiderio che traspare dalla stupenda interpretazione di Kinski. Ma la visione pessimistica del regista, ritorna nell'epilogo. Il sacrificio d'amore non è servito, subito si insabbiano le prove e si cade nell'indifferenza e nell'apatia (il banchetto nella piazza,e l'immagine della polvere che si è creata attorno alla sedia di Herker, ormai folle), cadono le responsabilità (le autorità sono tutte morte), e questo è il nichilismo contemporaneo, questo è Herker infettato dal morso del vampiro, dal male, effetto che lo ha reso folle, ma questo è anche l'uomo, che cavalca verso il suo destino di morte, contro l'orizzonte del cielo,nel memorabile e sorprendente finale (molto evocativo ma anche molto angosciante).
Herzog dimostra di saperci fare anche con l'horror, ma la sua intenzione principale è quella di rivisitare il classico di Murnau (facebdo così da ponte tra il classico ed il nuovo cinema tedesco), rappresentando Dracula come un vampiro cupo ma allo stesso tempo triste e riflessivo,che desidera morire piuttosto che vivere eternamente.In poche parole un vampiro esistenzialista. Probabilmente non all'altezza di Murnau (chi ci riuscirebbe?), ma Kinski di sicuro funziona e Herzog elabora una pellicola decisamente ottima, ma si sa, i classici sono i classici. Il film regala parecchie scene da vedere, da citare fra le tante la sequenza del viaggio in barca che è veramente terrificante come il già citato finale. Il cast è oro colato in questo film: un Kinski leggendario nelle vesti di Dracula dove le sue capacità di trasformista sono eccelse come del resto la sua interpretazione, Isabelle come al solito è eccezionale con la sua immedesimazione nel personaggio che risulta fondamentale nella pellicola di Herzog e da citare anche l'ottimo lavoro di Ganz che riveste anche lui una parte importante nella pellicola d'antologia con la sua trasformazione psicologica e fisica. Le musiche di Charles Gounod e Popol Vuh ipnotizzano e trasportano in una dimensione oscura di cui ci si scorderà difficilmente le melodie.