domenica 18 novembre 2018

The Lady from Shanghai (1947) L'ultimo film di Orson Welles a Hollywood

Il marinaio Michael O'Hara (Welles) salpa sullo yacht della bella Elsa (Hayworth) e del marito, l'avvocato Bannister (Sloane) come ringraziamento per averla salvata da alcuni aggressori. Intrigato da Elsa, Michael si fa coinvolgere dal socio del marito, Grisby (Anders) nel losco piano di inscenare l'omicidio dell'uomo in modo da riscuotere l'assicurazione. Gli eventi cambieranno facendo rischiare a Micheal la camera a gas, facendogli poi scoprire di essere stato una pedina di un piano più grande. Terzo film di Orson Welles, l'ultimo prodotto da una major, la Columbia prima del suo "esilio" da Hollywood, film visionario e barocco per le sue inquadrature dal basso alla Ejzenstejn con buone dosi d'espressionismo alla "Caligari". In un mondo di "pescecani" affamati di denaro Welles applica nel cinema la frase di Cocteau:"gli specchi mostrano la morte al lavoro", in quanto unici testimoni di un continuo inarrestabile deperimento; in questo caso gli specchi non la mostrano, la confondono.
Se si parla di Orson Welles si parla di uno dei più grandi artisti di sempre, ma anche del più grande rammarico della storia del cinema; purtroppo è così,e non sapremmo mai cosa avrebbe potuto combinare con l'appoggio degli studios, budget almeno sufficienti e completa libertà artistica. Però quello che ci ha lasciato pur se spesso incompiuto è di una potenza sbalorditiva sublime sotto tutti gli aspetti. Anche La signora di Shanghai ha avuto i suoi grossi problemi di tagli e distribuzione: si parla di una versione voluta da Welles della durata di due ore e mezza accorciate poi a nemmeno 90 minuti, di musiche sempre non scelte dal regista. Inutile dire che in un film così assurdo nel plot e nello stile visivo barocco un certo effetto deleterio queste scelte lo compiono,lasciando difatti un risultato finale non proprio omogeneo. La trama è un esagerazione continua, fatta di intrecci amorosi e d'affari che si riesce a seguire con scioltezza fino alla seconda metà del film ma poi tutto diventa assurdo e confuso, si perdono passaggi importanti oppure vengono completamente saltati e si assiste ad un mezzo delirio in cui Welles gioca a fare il ciarlatano e l'artista.
Basta assistere a due scene per rendersene conto, cioè il processo e il finale tra gli specchi: la prima è degna di una commedia con i personaggi che diventano buffoni,nella seconda tutti i nodi vengono al pettine con delle immagini suggestive che giocano con gli specchi, da annoverarsi tra le più famose di sempre. Davvero è difficile capire cosa Welles avrebbe fatto con la sua "versione", ma affrontare un noir in questa maniera giocando con elementi caratteristici del cinema (e pure della vita vera) è quantomeno ammirevole. La Hayworth diventa una femme fatale irriconoscibile coi capelli tagliati e biondi ma sempre dalla bellezza magnetica, pur se resa più umana rispetto al prototipo della donna traditrice (ma rimane sempre una traditrice). Welles si allontana dal tipico personaggio forte e furbo per interpretare un ingenuo romantico, anche lui magnetico con la sua prova attoriale (su tutti il monologo dei pescecani) e la voce fuori campo spesso presente.

sabato 17 novembre 2018

The Exorcist (1973) L'esorcista di William Friedkin

Restiamo sempre nel periodo dei rivoluzionari 
anni 70 che tanto hanno dato (e continuano a dare) al cinema moderno, il regista è sempre William Friedkin ed il territorio è sempre quello del male. Bisogna partire senza dubbio sul materiale dal quale sono derivati il soggetto e la sceneggiatura, William Peter Blatty scrisse il libro omonimo al film qui citato nel 1971: la storia si basa su un fatto realmente avvenuto, ovvero l'esorcismo (uno dei tre approvati sul suolo americano dalla Chiesa Cattolica) di Roland Doe (uno pseudonimo) praticato dal prete gesuita William S. Bowdern nel Maryland, che però poi venne smentito (in parte) visto che l'analisi psicologica del giovane ragazzo fece sorgere che fosse solo un malato mentale e non realmente posseduto dal diavolo. Il libro di Bletty cambiò molti aspetti di tale storia: in particolare il ragazzo diventò una ragazza. Secondo passo importante la regia: la Warner chiamò a se molti registi in fase di pre-produzione tra questi si possono citare Stanley Kubrick, Arthur Penn e Mike Nichols che però rigettarono il progetto. Originariemente il film doveva essere diretto da Mark Rydell che però, sotto consiglio dello stesso Bletty, fu sostituito da Friedkin che era fresco di successo dagli Oscar (per French Connection). Per realizzare il film, Friedkin ebbe accesso ai diari dei sacerdoti coinvolti, dei medici, delle infermiere; parlando anche dettagliatamente con la zia del ragazzo originale dell'esorcismo. Il regista si avvalse di una metodologia molto old school per rendere reale la recitazione degli attori ed il lavoro del team creativo nel film da menzionare: il trattamento violento d'impersonificazione che subirono Ellen Burstyn e Linda Blair a causa degli stunt, lo schiaffo del regista al prete William O'Malley sul set delle riprese, Friedkin addirittura sparò a salve durante una scena verso Jason Miller per renderlo più spaventato inoltre mentì anche sulla direzione del vomito (brodo di piselli) asserendo che l'avrebbe colpito al petto e non in faccia Mercedes McCambridge (la doppiatrice della Blair in versione indemoniata) fu costretta dal regista William Friedkin a fumare 3 pacchetti di sigaretta al giorno, bere alcolici, e mangiare mele acerbe, così da rendere la voce più potente ed ultima cosa la stanza di Regan fu riempita di quattro potentissimi condizionatori per fare in modo che il respiro degli attori potesse essere visibile dalla telecamera.
Terzo passo è il casting: Linda Blair inizialmente non fu proposta dalla sua agenzia difatti sua madre fece in modo di presentarla alla Warner ed al regista Friedkin, per la sua parte furono inizilamente considerate: Pamelyn Ferdin, April Winchell, Denise Nickerson e Anissa Jones ma tutte furono messe da parte a favore della Balir visto che tra le altre cose non era conosciuta e non aveva mai preso parte a pellicole del genere. Per la parte di Lankester Merrin lo studio voleva la partecipazione di Marlon Brando, ma il regista rifiutò perché questo avrebbe compromesso la pellicola facendola diventare "un film di Marlon Brando" difatti alla fine fu scelto Max von Sydow. Per il il ruolo di Damien Karras venne tenuti in considerazione: Paul Newman (che si offrì di sua spontanea volontà perché interessato al ruolo), Stacy Keach (sotto consiglio dello sceneggiatore) e Jack Nicholson che fu proposto direttamente dalla produzione alla fine Friedkin scelse Miller (qui al suo primo film) perché impressionanto dalla sua bravura nell'opera teatrale scritta da Miller stesso, That Championship Season, che vinse tra le altre cose fu un successo da oltre settecento repliche a Broadway e si aggiudicò il Premio Pulitzer per la drammaturgia ed il Tony Award alla migliore opera teatrale. Jane Fonda, Audrey Hepburn e Anne Bancroft furono prese in considerazione per il ruolo di Chris, senza contare poi Shirley MacLaine che fu suggerita dallo stesso Bletty (che fu scartata perché aveva già preso parte ad una pellicola sinile due anni prima), ma alla fine il ruolo se lo prese Ellen Burstyn dopo aver chiamato personalmente Friedkin. Friedkin originariamente intendeva usare la voce di Blair, approfondita e irruvidita elettronicamente, per i dialoghi del demone. Ma nonostante l'effetto della vice risultasse ottimo sentiva che in alcune scene questa funzionava bene, dato che le scene con il demone contrapposto ai due sacerdoti non avevano il potere drammatico richiesto e scelse quindi la leggendaria attrice radiofonica Mercedes McCambridge, un'esperta doppiatrice, per fornire la voce del demone.
Quarto passo è la colonna sonora: Inizialmente fu il mitico Lalo Schifrin a comporre la colonna, che fu però scartato da Friedkin. Schifrin aveva composto sei minuti di musica per il trailer iniziale del film, ma il pubblico era troppo spaventato dalla combinazione di immagini e suoni.  I dirigenti della Warner Bros. dissero a Friedkin di incaricare Schifrin per smorzare la musica con un tono più leggero, cosa che però non fece. Nel documentario The Fear of God: The Making of the Exorcist in occasione dell'uscita del DVD del 25° anniversario del film, Friedkin (noto per il suo temperamento) ha letteralmente preso i nastri che Schifrin aveva registrato e li ha buttati nel parcheggio dello studio. Nelle note di copertina della colonna sonora di Sorcerer del 1977, Friedkin ammise che se avesse ascoltato prima la musica dei Tangerine Dream, allora li avrebbe fatti scritturare per The Exorcist. Friedkin allora optò per delle composizioni classiche moderne, tra cui porzioni del Concerto per violoncello n. 1 del 1972, di Polymorphia, e altri brani del compositore polacco Krzysztof Penderecki, Five Pieces for Orchestra del compositore austriaco Anton Webern e alcune musiche originali di Jack Nitzsche. Quello che oggi da tutti è considerata "la musica dell'Esorcista", cioè la melodia pianistica che apre la prima parte di Tubular Bells, l'album di debutto del 1973 del musicista rock progressivo inglese Mike Oldfield, divenne molto popolare dopo l'uscita del film, anche se Oldfield stesso non fu per nulla impressionato dal modo in cui il suo lavoro fu utilizzato. Il risultato di tutta questa premessa tra scelte autoriali e problematiche in fase lavorazione (cioè set che hanno preso fuoco, morti e benedizioni) fu un vero successo al botteghino, la pellicola incassò ben 441 milioni in tutto il mondo (a fronte di un budget di 12 milioni) che sconvolse gli spettatori (tanti aneddoti sono stato fattina riguardo) e fece incetta di critiche positive da parte della critica.
Riguardandolo mi chiedo cosa non tirava su Friedkin per riuscire a dare vita ad un'opera del genere nel 1973, un film epocale che a distanza di tanti anni riesce ancora ad inquietare e a risultare avanti per alcune trovate davvero assurde. Ne "L'esorcista" in pratica funziona di tutto, dalla fotografia (di Owen Roizman) cupa che si "oscura" andando avanti con la visione (senza scordarsi alla bellissima citazione visiva al quadro di Magritte) e con l'avvicinarsi del dramma finale, alla colonna sonora sempre al posto giusto e nel momento giusto, alla recitazione incredibile di tutti gli attori, al trucco e gli effetti speciali, alla regia di Friedkin che non risparmia nessuno tra primi piani/messaggi onirici subliminali/giochi di messa a fuoco e luci ed infine alla rappresentazione della paura, che a tratti raggiunge livelli altissimi. Si può dire quello che si vuole de "L'esorcista" ma questo film è decisamente un capolavoro dell'horror. Ancor di più considerandone la data di uscita, 1973. Questo è un film che ha cambiato/innovato/rivoluzionato un intero genere lasciando una fortissima impronta di sè non solo a livello cinematografico ma proprio culturale. Io stesso quando lo vidi da adolescente (16 anni) ne rimasi un pò deluso; mi piacque ma non ci vedevo questo capolavoro dell'horror in quanto quando si è così giovani sembra più che si dia importanza allo spavento, per intenderci meglio, al classico stile dello jumpscare. Questa è semplicemente una questione di immaturità e da un'inesperienza del cinema horror che aumenterà solo crescendo. Invece è un film molto più maturo di così, non si basa solo ed esclusivamente ad accontentare un pubblico essenzialmente giovane, ma ha la totale capacità di rendersi talmente inquietante da condizionare e soddisfare un pubblico adulto in quanto punti completamente a suscitare un disagio molto più psicologico è lo stesso discorso che si può fare anche con "Shining" del 1980 di Stanley Kubrick. Ma detto questo, dobbiamo anche considerare che il film parla centralmente di una crisi di vocazione, quella di Padre Damian, che rende lo scontro fra il bene e il male ancora più interessante. E' infatti una lotta interiore quella del Padre, fra il demonio e l'angelo che sono in lui, fra il bene e il male che coesistono in ognuno di noi.

giovedì 15 novembre 2018

Sorcerer (1977) Il cult maledetto di William Friedkin

Il film “maledetto” di William Friedkin, è una pellicola mastodontica di un regista che ha costruito la sua carriera (come affermato più volte da lui) sulla lama di un limite tra successo e fallimento, ma anche un passaggio dovuto dal cineasta che vuole esprimere un’arte personale. Dopo The Exorcist, il regista di Chicago, non ha più trovato gloria al botteghino la maggior parte dei suoi film migliori saranno condannati al fallimento commerciale: Sorcerer nel 1977 viene messo in ombra da Star Wars, Cruising mise quasi a repentaglio la sua vita, To Live and Die in L.A.  fu snobbato negli anni ’80. Le difficoltà furono enormi: Universal e Paramount (i produttori), sovvenzionarono una produzione da venti milioni di dollari, quasi interamente girata nella Repubblica Domenicana, con tecnici che si ammalarono di malaria, problematiche violente tra Friedkin ed il cast sul set tra intemperie e set distrutti dalle forze della natura. Difatti il film può essere comparato in tale ambito ai capolavori Apocalypse Now e Aguirre, Furore di Dio. Sorcerer è un delirio di onnipotenza di un cineasta giunto all’apice del suo successo, che crede di poter sfuggire alle regole e alle dinamiche di Hollywood lanciandosi in una produzione colossale girata lontano dagli Studio, senza rinunciare al sottotesto d’autore, ma integrando la messa in scena con una potentissima metafora spettacolare.
La trama: in uno sgangherato Stato dell’America Latina, nonostante la miseria che vi regna, la dittatura, il terrorismo politico, si rifugiano persone che per ragioni diverse in patria hanno conti aperti con la legge o con la criminalità organizzata. È il caso di Jackie Scanlon (Roy Scheider) che, unico superstite di un quartetto di rapinatori, è ricercato dalla mafia perché nel corso della rapina è stato ucciso un sacerdote, fratello di un boss. Victor Mason (Bruno Cremer), invece, è un banchiere parigino responsabile del fallimento della propria banca e causa del suicidio del fratello; Kassem Amidou, invece, è fuggito da Israele dopo avere preso parte a un sanguinoso attentato a Gerusalemme. Angerman è un aguzzino nazista che verrà presto eliminato dall’ebreo Nilo (Francisco Rabal). Oltre che privi di denaro, i quattro (che nell’ordine si fanno chiamare: Juan Dominguez, Serrano, Martinez e Marquez) sono perseguitati dalla corrotta polizia del villaggio per via delle leggi di immigrazione. Disperati, i quattro accettano di trasportare su due autocarri antidiluviani delle casse di nitroglicerina, indispensabile per arrestare l’incendio di un pozzo petrolifero. Il “salario della paura” è di 8 mila pesos per ciascuno dei quattro (Marquez viene sostituito dal suo “giustiziere” Nilo). L’impresa è pazzesca, dovendosi percorrere 200 miglia di foresta su di una pista infame e con un carico in condizioni pessime. Parafrasando il titolo italiano del film di Clouzot (Vite vendute di cui questo film è un remake), si può dunque concludere che quelle di questi uomini alla deriva sono “vite vendute” al diavolo, ma senza la possibilità di ottenere una controparte salvifica.
Il rimando a The Exorcist è lampante sin dai titoli di testa: lo schermo nero, poi una dissolvenza svela il volto di un demone scolpito nella pietra, il titolo del film entra in gioco: Sorcerer, ovvero ‘stregone’. La "possessione" quindi  continua in questo cult maledetto, a contagiare i personaggi e la storia infatti il demone scolpito nella pietra è presente all’inizio, come alla fine del viaggio, quasi a monitorare la presenza costante di una Morte pronta a prendersi uno per uno i quattro disperati. In particolare il protagonista ad un certo punto sembrerà raffigurare tale entità ed il suo tragico destino che si risolverà in una danza macabra con una donna prematuramente invecchiata. Anche il fuoco (e quindi l’inferno) sono una costante del film: il pozzo esploso, l’attentato terroristico di Gerusalemme, le fiamme che divorano e infine il fuoco notturno e infernale verso cui Jack Scanlon si dirige. il viaggio sui camion carichi di esplosivo, è una vera e propria sfida ai limiti umani, tutta giocata sui nervi e su caratteri eterogenei, mentre Friedkin, trasforma il viaggio in metafora, riconducendolo a un rito di iniziazione (ribaltato di senso), in cui il traguardo finale non è una nuova vita, bensì la morte. Interressante poi località oscura e minacciosa del Centro America, in cui i cadaveri sono abbandonati nel fango lungo le case, gli animali vivono con le persone, la povertà e la miseria “succhiano” la vita e gli ex-gerarchi nazisti hanno trovato rifugio e occupazione quasi descritta con un piglio documentaristico riconducibile allo stile che Oliver Stone adotterà dieci anni più tardi per il suo Salvador.
Protagonisti assoluti della pellicola diventano (durante il viaggio) i due camion: Peligro (Pericolo) e Sorcerer (Stregone), e quest’ultimo anche esteticamente ricorda il profilo di un demone antico: la cresta ferrata su cofano, i “denti” sporgenti dal radiatore, il colore rosso fuoco, e gli sbuffi dagli scarichi sopra la cabina. Il regista vede bene di renderli degli esseri viventi grazie alle inquadrature (sempre dal basso) che ne mostrano la possenza e la precarietà del suolo in cui essi si muovono, donando così quasi un martirio verso la salvezza (in questo caso intesa come morte) dei protagonisti. Da citare le opprimenti e potentissime composizioni dei Tangerien Dream che regalano quella marcia in più all'atmosfera della pellicola. In conclusione vi è un motivo perché Friedkin è definito "il regista del Male" e questo film è un'altra conferma a tale titolo, visto che il cineasta avvolge tutto nell'orrore (la sposa dal volto tumefatto in chiesa ad inizio film è un dettaglio non da poco) dove non vi è possibilità di scampo o redenzione.