venerdì 24 novembre 2017

Los abrazos rotos (2009) I film bisogna finirli, anche se alla cieca


Nonostante i tanti anni di visioni cinematografiche mondiali, la Spagna e la sua produzione in ambito della Settima Arte è quasi sempre rimasta ai margini dei miei interessi (a parte qualche film) fino ad ora. Su suggerimento di mio cugino ho approcciato con uno dei più acclamati cineasti spagnoli contemporanei ovvero Pedro Almodóvar. Scegliendo a caso dalla filmografia ho selezionato Los abrazos rotos vuoi per la locandina o per il nome intrinseco in sé.


Il film di Almodóvar si presenta esteticamente come una pellicola drammatica in ballo tra una scelta narrativa di matrice prettamente derivante dal genere thriller e un film romantico con qualche tocco di eros sparso qua e là (memorabile in questo caso l'incipit del film con una splendida Kira Miró). Al comparto narrativo stilistico del film si aggiungono poi una scelta metacinematografica (visto che il protagonista è uno sceneggiatore) che aggiunge valore a determinate scene nonché autocitando la stessa filmografia di Almodóvar implementando un film nel film.


Il film è ispirato ad una fotografia fatta dallo stesso regista nei tardi anni 90 ad un coppia ad El Golfo beach di Lanzarote, invece il titolo deriva dal film Viaggio in Italia di Roberto Rossellini. Per l'esattezza si riferisce alla sequenza del ritrovamento negli scavi archeologici di Pompei di due corpi abbracciati colti dalla lava, vista da Lena e Mateo in un momento d'intimità. I temi proposti nel film sono molti: la prostituzione, la vendetta, voyeurismo, repressione, ossessione ed anche malattia. Stupisce come tutti questi elementi citati siano ben calibrati all'interno del ritmo narrativo grazie anche un sottile umorismo (agrodolce) che influisce molto bene in questo melodrama con tendenze noir.


Gli abbracci spezzati, risulta una storia avvolgente di amore e segreti giocata su diversi piani temporali. La sensazione che mi ha dato è quella di un film corale molto ben strutturato, ma che spesso sceglie vie pigre se non addirittura scontate per certe spiegazioni narrative. Il regista in fase di scrittura usa una lente di ingrandimento che accentua la psicologia dei protagonisti che vivono in ogni momento sentimenti tridimensionali. Quello che ad un certo punto della storia prende una deviazione giallistica/thriller in realtà sarà condito dal buonsenso e da un aspetto sentimentale che stona con il dramma vissuto dai personaggi. Il regista quindi colora di rosa un film a tinte scure.


È un bel film a conti fatti, anche se limitato dalla svolta finale che pare essere una conclusione messa lì senza un vero perché; Pedro mette troppa carne al fuoco con il risultato che alcuni personaggi della vicenda rimangono sullo sfondo e spariscono senza una motivazione (se non quella che forse non si sapeva come portare a conclusione il tutto coerentemente). Un peccato vista che l'evoluzione narrativa è costruita alla perfezione per la prima ora e mezza. Resta comuqnye un film che non parla solo del caso, del desiderio e la passione ma anche del mestiere del cinema e di chi lo fa. Il protagonista, la sua vicenda e quelle bellissime parole finali sono un indizio inequivocabile in tal senso.



Il cast si avvale di attori e attrici classici al cinema del regista: una splendida e lussuriosa Cruz che si trova ottimamente in alchimia con Lluís Homar che vesti i panni di uno sceneggiatore cieco dal grande carisma, non da meno prove offerte da Blanca Portillo e José Luis Gómez. La fotografia di Rodrigo Prieto è molto adatta alla narrazione con colori molto caldi che ben avvalorano le scenografie di Antxón Gómez e Víctor Molero ed i costumi di Sonia Grande (che mette pure un bellissmo completo di Chanel Couture del 1992). Il tutto è condito dalle composizioni ecovative di Alberto Iglesias che supportano la recitazione e l'evoluzione narrativa.


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