sabato 30 dicembre 2017

Prime Cut (1972) Il boia, la vittima e l'assassino

Gli anni 70 in America sono sempre stati reazionari per quanto riguarda il cinema (e non) si passava da produzioni esemplari e controcorrente, rispetto ai canoni di Hollywood, a prodotti molto particolari seppur non brillanti, Prime Cut non sfugge a questa prassi. Film diretto dal regista Michael Brunswick Ritchie (qui al suo terzo film) che si farà conoscere poi con film puramente comici e dediti a satira sociale, entra nella produzione di Joe Wizan (che diventerà poi direttore della 20th Century Fox) sotto la sceneggiatura di Robert Dillon (Waking the Dead e French Connection II). Il film al tempo fu reputato molto controverso visto che trattava di prostituzione delle donne in modo molto diretto e per il rapporto omosessuale tra due fratelli. La trama di fatto non risplende certo per l'originalità: Il truce Nick Devlin riceve da Jake, il capo del racket di Chicago, l'incarico di riscuotere un pagamento scaduto di Mary Ann, proprietario di un mattatoio nel Kansas. Quando Devlin parte in viaggio verso ovest per recuperare i soldi di Jake, si scontra con il "re del bestiame" e i suoi scagnozzi, coinvolti in un complesso giro di droga e di sfruttamento della prostituzione.
La pellicola si presenta come un normalissimo thriller criminale in cui a farla da padroni non sono di certo personaggi senza macchia, l'ambientazione si svolge prettamente nella classica ambientazione del Kansas dove vasti campi di girasole e un cielo azzurrino dominano la scena. La regia è attenta sin dal primissimo incipit nel mattatoio che mostra le varie fasi della macellazione con cura fino al richiamo ad Hitchcock con l'inseguimento assassino della mietitrebbiatrice (probabilmente la migliore scena del lungometraggio), senza parlare poi della breve contaminazione in stile western dell'approccio dei personaggi al contesto narrativo e senza scordarsi le immancabili sparatorie. A discapito di una sceneggiatura molto poco accattivante, il film regala delle eplosioni interessanti per i temi controversi citati prima: la prostituzione è disarmante per come viene mostrata dove le ragazze vengono vendute come dei veri e propri pezzi di carne all'ingrosso trattate alla stregua di bestiame ed il particolarissino rapporto tra i due fratelli antagonisti del protagonista riflette una particolare ambiguità nelle poche fasi in cui viene messa in mostra.
Tecnicamente il film gode di una nitidissima fotografia ad opera di Gene Polito che mostra tutta la sua bellezza nei vasti paesaggi di quel particolare pezzo d'America, alla colonna sonora poi troviamo un mostro sacro come Lalo Schifrin che si concede pure delle derivazioni country in determinate scene che ben si adattano allo scenario in cui si svolge la storia. Ma il vero punto forte del film sono tre ben distinti attori: Lee Marvin nei panni del gangster gentiluomo è adatto sin dal primo minuto in cui compare con quell'aria pacata ma incazzosa nei momenti giusti, Gene Hackman regala uno dei suoi tanti cattivi ben caratterizzati un bifolco di successo dalla dubbia morale (e sessualità) con un temperamento spocchioso e violento ed infine troviamo lei, una bellissima (ripeto bellissima) Sissy Spacek che al suo debutto cinematografico non si risparmia nelle scene di nudo e mostra sin da subito la sua bravura alla recitazione (da li a poco sarà infatti chiamata prima da Robert Altman e poi da De Palma) rendendo un personaggio stereotipato come il suo un fascino ben distinto e che ben risalta in contrapposizione a quelli citati prima nella sua innocenza primordiale.
Il film alla fine non è nulla di che anzi potrebbe ambire al titolo di B-movie di lusso, vi è molto di già visto, ma per determinati aspetti si lascia guardare sia per i temi trattati, che non sono poi così banali e per una durata contenuta che non ricade nella problematica di disperdersi nello sviluppo della storia (nonostante la sceneggiatura). Ma come detto prima sono quei determinati attori ad alzare il livello della produzione oltre comunque al valido rapporto tecnico tra qualità del girato e messa in scena dei mezzi.

venerdì 29 dicembre 2017

Cattivi preferiti: Cyrus "the Virus" Gryssom


Cyrus "the Virus" Gryssom (John Malkovich)

Caratteristiche: Pluriomicida, Folle, gli piace dire che ne ammazza più lui del cancro

Film: Con Air 1997 di Simon West

Frase: "Una mossa e spappolo il coniglietto!"


giovedì 28 dicembre 2017

Grave (2016) I dolori della giovane universitaria cannibale

La New Wave del genere Horror in Francia è senpre stata una prelibatezza per il mio palato audiovisivo, sin dalle prime scoperte fatte con il trittico composta da: Martyrs, À l'intérieur e Haute Tension fino ad arrivare al recente Grave (qui in Italia noto con il nome di Raw - Una cruda verità). La pellicola segna il debutto della regista Julia Ducournau sul grande schermo, che si avvale di una produzione Franco belga con un budget approssimativo di 3,5 milioni di Euro. La trama è molto semplice nello svolgimento: Una ragazza adolescente nella prima settimana all'università. Ragazza proveniente da un contesto familiare molto rigido ed austero nelle sue abitudini. I genitori che hanno studiato entrambi nella stessa facoltà di veterinaria dove è indirizzata la ragazza e già frequentata dalla sorella maggiore. Quindi un percorso già predefinito per entrambe le figlie unito all'imposizione di un regime alimentare vegetariano. Piombando nell'ambiente universitario, si trova di fronte ad un qualcosa di estremamente all'opposto: divertimento, disinibizione sessuale, ovvero quel lato selvaggio tipico dell'adolescenza a lei sconosciuto. Mangiando un pezzo di carne cruda in una sorta di iniziazione per le matricole della facoltà, sarà la molla verso una strada di avvicinamento alla carne fino a raggiungere l'estremo del cannibalismo. Un viaggio verso la parte più istintiva di se stessa, fino ad allora repressa che ne rivelerà la sua natura predatoria.
A livello tecnico la regia della Ducournau si muove bene, in particolare concedendo dei bellissimi campi lunghi che risaltano l'ambiente questo grazie ad una più che accattivante fotografia di Ruben Impens che sa essere asettica nell'uso del bianco e carnale ed amibigua nelle fasi più colorate o cupe. La colonna sonora di Jim Williams è adattissima alla fase narrivata ed evolutiva della narrazione, con l'utilizzo oltretutto di composizioni interessanti e dal retrogusto diabolico senza parlare poi della bella citazione e utilizzo del pezzo italiano di Nada "Che freddo che fa". Altalenante invece il montaggio di Jean-Christophe Bouzy che purtroppo risulta dispersivo in determinate situazioni narrative forse anche ad opera della sceneggaitura stessa scritta dalla promettente regista francese. Ma il contesto della storia e sia morboso che lurido e sessualmente ambiguo nelle sue eruzioni di carnalità e sentimento ricordando in parte il Cronenberg degli inizi u qualche sprazzo (o spruzzo) di Godard nel suo essere controcorrente ed anche poetico (come la scena dei colori).

Il taglio dato al film è molto minimalista e abbastanza atipico per il genere horror classico. Certe fasi prettamente dedicate al realismo addirittura sono abbastanza esaltate nel contesto (come ad esempio il cameratismo da manuale alla Kubrick dei veterani dell'università) ma nulla che non possa essere messo da parte durante l'attuazione della ben nota sospensione  dell'incredulità cinematografica di una storia in svolgimebto. I personaggi delle due sorelle sono ben caratterizzati dalle attrici (in particolare dalla affascinate Garance Marillier che regge il gioco con una piacevolissima caratterizzazione fisica e psicologica della sua protagonista) tuttavia il film non è privo di difetti. Pochi e non altrettanto curati i personaggi di supporto, troppe situazioni forzate ed un finale che senza dubbio regala il classico colpo di scena (in stile Cronenberg per il Body Horror messo in mostra). Comunque aldilà dei difetti che non mancano, è un film che riesce ad essere più disturbante che pauroso ed inoltre essendo un esordio, più che apprezzabile. Sopratutto per il soggetto che mette il cannibalismo come metafora della maturazione sessuale e psicologica celando allo stesso tempo (molto pacamente) la nascita o la particolarità di questa mutazione/malattia genetica, offrendo più che altro un bello spaccato di formazione personale (e sessuale) ed di rapporto famigliare in una situazione di disagio e di diversità fisica (il discorso dell'infermiera ad inizio film rende bene l'idea quale l'accettazione di se stessi nel mondo) e psicologica.

mercoledì 27 dicembre 2017

The Killing of a Sacred Deer (2017) Kubrick, Haneke e il sacrificio di Ifigenia

Dopo il successo ottenuto nel 2016 con The Lobster, il regista Yorgos Lanthimos assieme allo sceneggiatore Efthymis Filippou e Colin Farrell decidono di tornare sul grande schermo con il secondo progetto consecutivo ovvero The Killing of a Sacred Deer. Il film è prodotto sia dalla Film4 Productions che dalla Element Pictures, alla già citato Farrell s'inserirono nel cast la Kidman, Alicia Silverstone, Raffey Cassidy, Bill Camp, Barry Keoghan e Sunny Suljic. Il film è stato un successo di critica al Festival di Cannes del 2017, aggiudicandosi il Prix du scénario (vedasi sceneggiatura) e concorrendo per la Palma d'oro.
Il film sin dal particolare incipit (che richiama tecnicamente 2001: Odissea nello spazio), dove vediamo un intervento chirurgico a cuore aperto inquadrato senza veli dalla macchina da presa (quasi a rappresentare in qualche modo una minaccia ed una promessa verso i suoi spettatori), la pellicola grida ad ogni fotogramma il nome di Stanley Kubrick e richiamando, nello stesso tempo, lo stile di Haneke in quanto ferocia e applicazione narrativa. La prima mezz'ora procede normalmente mostrando in scena tutti i tasselli, per poi esplodere nello sviluppo narrativo variando lo schema da dramma familiare fino al genere thriller grottesco con tinture di natura horror. La New Wave del cinema greco è interessante, perché sa richiamare abilmente le proprie radici storiche traendo intelligentemente episodi della vasta mitologia dell'antica Grecia (in questo caso il mito di Ifigenia) e adattandoli a schemi narrativi odierni senza perdere mordente. La sceneggiatura elaborata dal regista stesso ed Efthymis gode di una luce propria, nonostante l'impostazione prettamente lineare, districandosi pian piano senza mai far emergere la natura del male e il passato da cui è scaturita, per certi versi la "maledizione" è un richiamo (come impostazione nella storia, non come metodologia) al recente It Follows che nonostante i pochi accenni sa risultare credibile e ottimo cardine su cui ruotano i protagonisti.

Yorgos si muove abilmente citando più volte Kubrick (vedasi le scene all'ospedale, in cui la telcamera segue assiduamente gli attori come il Maestro) trovando il punto forte sia nella fotografia di Thimios Bakatakis che nelle scenografie di Jade Healy, il tutto chirurgicamente unito da un montaggio mai troppo dispersivo ad opera di Yorgos Mavropsaridis. Gran citazione va fatta alla colonna sonora composta da Max Behrens che dopo la geniale introduzine sulle note dello Stabat Mater di Schubert riesce ad imporre un sonoro molto adeguato ed in particolare vivo che supporta sia la colonna sonora che il ritmo narrativo. Il cast supporta ottimamente la storia, fantastica la caratterizzazione alla Farrell del cardiologo a cui va unita una Kidman ben predisposta al ruolo e facendo l'occhiolino al suo personaggio in Eyes Wide Shut, i figli interpetati da Cassidy e Suljic risultano credibili e molto naturali nei loro ruolo, Keoghan fornisce alla trama una intepretazione degna di nota per la sua ambiguità ed in particolare per il ruolo di vittima/carnefice indiretto che riveste (la scena degli spaghetti ben riflette il suo status) ed infine da citare una comparsata della bella Alicia "Batgirl" Silverstone che sa essere sempre affascinante ed un Bill Camp che offre come sempre una buona prova quale gran caratterista che sa essere.
Accattivante nella sua tragedia, intelligente nell’assenza di risposte, questa rivisitazione del mito di Euripide risulta un film emotivamente carico e disturbante. Lathimos è noto per l'uso d'un linguaggio cinematografico sui generis fatto di provocazioni ma anche ricco di metafore e simbologie che fanno emergere più sfaccettature del lato umano oscuro. Simbologia e riferimenti proliferano anche qui a partire dal titolo e proseguono per tutta la storia. Il regista ambienta la storia in uno sfondo reale (la scena in cui lui protesta con il direttore dell'ospedale è veramente realista) come anche i personaggi e la loro intimità, la disamina sociale e psicologica è acuta e tagliente. Vendetta, egoismo, tradimento e rancore emergono nel peggiore dei modi fornendo un quadro cupo e pessimista dell'umanità.

venerdì 22 dicembre 2017

Cattivi preferiti: Frank


Frank (Henry Fonda)

Caratteristiche: Ottimo pistolero, senza scrupoli, spietato

Film: C'era una volta il West 1968 di Sergio Leone

Frase: "Suona qualcosa a tuo fratello!"



giovedì 21 dicembre 2017

Una lucertola con la pelle di donna (1971) L'incubo omicida di Lucio Fulci

Era il 1971 quando il terrorista dei generi Lucio Fulci si presentò sul grande schermo con la sua personalissima seconda invasione del giallo all'italiana (il primo fu Una sull'altra) riscuotendo un buon successo al botteghino. La ventiquattresima opera di Fulci fu prodotta da Edmondo Amati e Renato Jaboni, il soggetto venne scritto da Roberto Gianviti e dal regista stesso per poi venir riletta in fase di sceneggiatura da José Luis Martinez Molla e André Tranché. La produzione figlia totalmente europea è ambientata a Londra e vede nel cast: Florinda Bolkan, Stanley Baker, Jean Sorel, Silvia Monti, Leo Genn, Anita Strindberg e Mike Kennedy (all'epoca cantante del famoso gruppo rock Los Bravos). Carol Hammond, figlia di un avvocato londinese, ha una serie di incubi a carattere erotico-orrorifico, in cui la protagonista è Julia Durer, la sua vicina di casa, una ragazza disinibita che attrae e sconcerta Carol. Quest'ultima rivela al suo psichiatra di aver fatto un sogno in cui uccide la Durer, pugnalandola. Lo psichiatra interpreta il sogno come liberatorio, ma la Durer viene veramente uccisa come sognato da Carol, e tutti gli indizi l'accusano del delitto.
Una pellicola molto sperimentale questa di Fulci, che mischia sogni ed omicidi con un ritmo accattivante grazie all'accompagnamento musicale, di un Ennio Morricone molto in vena di scelte musicali lisergiche che ben si sposano con le diverse fasi narative sia in quelle oniriche che in quelle prettamente reali. C'è un sottotesto pessimista facilmente individuabile che attacca certi ambienti borghesi denunciandone il falso perbenismo e l'ambiguità, allo stesso modo esce un ritratto giovanile deplorevole, perso tra droghe e assenza di valori. Molto sofisticate le scelte d'abbigliamento di Maurizio Chiari elaborati per l'alta borghesia e credibili per i giovani ribelli che risultano credibili e neanche troppo stereotipati nelle loro ambigue vesti. Degno di nota oltretutto è il lavoro svolto dal trio Román Calatayud, Nedo Azzini e Maurizio Chiari che ambientano ottimanente la storia cone loro scenografie, donando molte sfaccettature che vengono richiamate negli incubi (particolare che per chi conosce un minimo di Freud può capire di cosa è capace di far sorgere durante la fase onirica la nostra mente) della protagonista come le opere di Francis Bacon nel salotto per esempio.
Nota in particolare per il trucco di Franco Di Girolamo e Gloria Fava senza contare poi la credibilità degli effetti speciali di Eugenio Ascani e Carlo Rambaldi. In particolare la sequenza più famosa del film è probabilmente quella in cui la Bolkan apre la porta del laboratorio di una clinica e si trova davanti quattro cani vivisezionati. La scena costò al regista un processo intentato da una società protettrice degli animali, che Fulci vinse (evitando due anni di prigione) portando in aula i cani finti (prima volta nella storia), creati da Carlo Rambaldi. La regia di Fulci è funzionale alla storia, unita ad un sapiente montaggio di Vincenzo Tomassi e Jorge Serralonga senza contare poi la fotografia di Luigi Kuveiller, offre lo spettatore delle bellissime fasi di ripresa negli incubi ma anche saggia nelle azioni più movimentate come l'inseguimento. L'abilità di Fulci nel saper sfruttare gli interni, quanto gli spazi aperti rende ancora più appetibile questo giallo che non perde mordente anche nella fasi di dialogo e statiche dove i movimenti della mdp (tipici degli anni 70, come le improvvise zoomate dell'obbiettivo) regalano bei primi piani e prospettive interessanti. Una scena, in particolare la sequenza in cui la Bolkan viene improvvisamente aggredita da un gruppo di pipistrelli attirò il plauso di Mario Bava, maestro dell'horror italiano.
Questo film deve molto all'influenza di Hitchcock: la pellicola è un lungo gioco di specchi deformanti in cui la realtà viene manipolata di continuo da parte del regista Fulci. La capacità di sorprendere, l'inserimento di sequenze caricate di una psichedelia impetuosa sostenuta dalle martellanti note di Ennio Morricone, un intreccio compatto con sporadiche e perdonabili cadute di tono, fanno di "Una lucertola con la pelle di donna" un ottimo esempio di giallo all'italiana. Conquistano i vari depistaggi,intriga il modo composto con cui viene svelata l'identità dell'assassino, in modo non certo convenzionale per il genere e per l'epoca, in cui epiloghi brutali erano preferiti a spiegazioni verbali. Buona l'interpretazione del cast: la Bolkan bella e brava cone al solito, il dectetive fischiettante alla Poirot di Stanley Baker è ben caratterizzato, incantevoli ed ambigue le prove di Anita Strindberg e Silvia Monti, un Jean Sorel abbastanza sottotono ma comunque credibile ed il resto degli attori e attrici fanno la loro parte a volte come sfondo altre volte come svolta narrativa.
Piccola nota; Fulci aveva scelto come titolo del film La gabbia, ma la produzione impose Una lucertola con la pelle di donna per sfruttare il successo della trilogia degli animali di Dario Argento, composta da L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio.