lunedì 11 dicembre 2017

Aguirre, der Zorn Gottes (1972) Cuore di Tenebra secondo Werner Herzog

Siamo nel 1500, secolo in cui la Spagna è la principale potenza europea, che in nome del cattolicesimo e dell'imperialismo, mira a conquistare terre selvagge e inesplorate. Tuttavia, una missione diretta verso l'attuale Perù fallisce nella fitta giungla, a causa dell'imperviosità del luogo ma anche degli agguerritissimi Indios pronti a difendere le proprie terre natie. Viene così spedita un'altra truppa capeggiata da Pedro de Urrua, con alcuni indios schiavizzati, un frate e un pugno di uomini, tra i quali c'è Lope de Aguirre. Quest'ultimo percepisce che la truppa si sta scoraggiando ed è pronta a lasciare la missione e così ferisce de Urrua e assume il comando della stessa, guidandola attraverso un delirio di onnipotenza e sete di potere.

Il primo, grande fotogramma del film, mentre scorrono ancora i titoli di presentazione, è la "diretta" rappresentazione del primo giorno delle riprese, con la troupe e il cast quasi al completo (personaggi, comprimari e comparse indios comprese) atti ad attraversare i pendii nelle vicinanze del Machu Pichu verso il fiume Urubamba: è una sequenza a dir poco indimenticabile, dove lo spettatore avverte l'abissale vertigine dei luoghi, e al tempo stesso atto a contemplare la strana alleanza meteorica tra la nebbia celere a diradarsi e un'improvviso squarcio di sole. E basterebbero già queste prime immagini per raccontare le riprese del film, la cui riuscita è frutto anche di un'alleanza "magica" con la natura e l'ambiente della foresta amazzonica, e/o di una serie di fatalità e coincidenze che hanno avuto un ascendente di grande rilievo nella realizzazione dell'opera.


Werner Herzog con questa opera (abbozzata la prima volta di ritorno da una partita di calcio su un bus)  ci rende partecipi, narrativamente, nell'archetipo narrativo delle missioni dei conquistadores. Dal lato emozionale invece mostra la crudeltà per la loro missione ed i loro atti inumani, ricalcando quasi Cuore di Tenebra di Joseph Conrad. Assistiamo sin dal evocativo incipit (con le maestose musiche dei Popul Vuh) ad inquadrature che riflettono l'essenza della natura stessa concedendo delle impressionanti sequenze a campo lunghissimo su un mondo selvaggio ed ostile, rendendo così il film ancora più simbolico nella sua epopea. L'elemento umano che si contrappone a questa natura viene messo in mostra mostrando i meccanismi e gli istinti di potere che "guidano" un solo uomo che insegue il suo Eldorado nonostante la scia di morte che lascia attorno a sè, incapace di sostenere ed affrontare il peso enorme della sconfitta. È proprio questa intuizione di Herzog che dimostra quanto grande e disperato sia lo spirito umano messo davanti ad un mondo incontaminato che regge. nella sua crudele e poetica preservazione.la sua forza inconciliabile con la natura umana. 


Il "furore di Dio" è Klaus Kinski, reduce dal suo controverso "Jesus" nei teatri, l'unico attore al mondo in grado di penetrare il personaggio e "sottometterlo" alla sua ingombrante forza scenica, e al suo Essere o non Essere di Shakesperiana memoria. Altri personaggi nel film lasciano il segno: Armando, che viene fatto prigioniero, e Ursua, processato blandamente dallo stesso Aguirre dove viene ordinata dal Comandante la sua morte.Francis Ford Coppola ha dichiarato che senza l'influenza di "Aguirre" probabilmente il suo "Apocalypse Now" avrebbe avuto un esito diverso. Non è difficile capire il perchè: in molte sequenze il nemico è invisibile, sedato o manovrato anche dalle leggi della natura, è come un mondo a parte che osserva, prima di agire. E' lo stesso territorio in cui si muove Coppola (fra l'altro in un'altro film famoso per le sue vicissitudini in fase di lavorazione) nel suo sabba Conradiano: l'inquietante monotonia di una natura selvaggia e incontaminata dove implode la mano dell'uomo atto a sfidarla. Tra le sequenze memorabili vanno segnalate: uno schiavo di colore che viene fatto spogliare per spaventare gli indios del fiume, un villaggio messo a fuoco, un uomo ucciso "in silenzio" da una freccia, una coppia di indios, uomo e donna, a bordo di una canoa e uno di loro che dice "il libro non parla" riferendosi al testo sacro della Bibbia.
Ma anche nello stile ultimo di Refn si possono trovare queste peculiarità e anche nello stesso Malick per la sua oniricità. La rivista "Time" ha inserito il film tra le cento opere migliori della storia del cinema: Laurenz Straub (produttore e distributore del film) sarebbe sicuramente d'accordo. Quel che è certo è che, davanti alla proverbiale distruzione del Sogno, nessuno al cinema aveva raccontato meglio la resa impellente di questo eterno e contrastato "assurgere a divinità eroica" tra le pieghe dell'umanità. "Ora devo abbassare lo sguardo, io ero un principe" dirà un Indio prigioniero. Ed è forse così che ci sentiamo, da spettatori, dopo questo film.



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