venerdì 27 ottobre 2017

Dark City (1998) Il Mito della Caverna di Proyas




Correva l'anno 1998, il regista Alex Proyas (che ultimamente si è dato a pellicole molto discutibili come Gods of Egypt) tirò fuori dal cilindro questo entusiasmante sci-fi dai rimandi noir e dal gusto distopico anticipando (e influenzando) solo di un anno il Matrix dei fratelli (al tempo) Wachowski. Il soggetto del film è del regista stesso che con il supporto di David S. Goyer e Lem Dobbs ne trasse poi una sceneggiatura per il film. Vi è molto da dire su questa pellicola: il regista in fase di scrittura s'ispirò al genere noir degli anni quaranta e cinquanta (cosa che ben si nota per impianto narrativo, messa in scena e costumi) aggiungendoci un retrogusto Kafkiano e sovrapponendo il tutto all'interno di un'ambientazione derivante dallo stile di The Twilight Zone ed infine aggiungendoci delle tonalità Horror per suggestionare pubblico ed impressionarlo. Successivamente dopo aver letto la sceneggiatura del primo Blade decise di chiamare David S. Goyer (che aveva anche scritto il dimenticabile seguito di The Crow dello stesso Proyas) per la sceneggiatura, questo portò però ad un ammonimento da parte della Writers Guild of America per i troppi scrittori che venne poi accantonato. Inizialmente lo script prevedeva come protagonista un Detective che cercava di risolvere il caso, ma avanzando nello sviluppo narrativo s'inserirono altri personaggi ed il regista non volle lasciarsi scappare la possibilità di una narrazione da più punti di vista difatti alla fine il protagonista si ritrovò essere ricercato da un detective nella bozza finale.




(Notevoli le influenze che vanno dallo schema classico del noir fino alla fantascienza) 

Proyas per la scenografia chiamò il fido Patrick Tatopoulos (che ora lavora spesso con Zack Snyder), che sviluppò da zero tutto il concept art del film con il risultato finale che non fu utilizzata nessuna location ma venne tutto creato sul set. La città d'altronde non appartiene come stile a nessun luogo definito visto che si possono notare le tipiche architetture presenti in Europa (come Londra) ma anche In America (come New York), dato che l'intento dello scenografo era quello di creare un luogo al di fuori della realtà ma allo stesso tempo classificabile come una città. Il progetto di produzione comprendeva di base posti oscuri, spirali e orologi dai quali Patrick Tatopoulos creò l'architettura della città per avere una presenza organica degli elementi strutturali non a caso la maggior parte dei luoghi e dei movimenti dei personaggi sono collegati ad orologi e spirali.






Da come avrete capito il film ricrea in modo originale e cita tante pellicole già viste nel corso degli anni: Brazil di Gilliam, Delicatessen e The City of Lost Children di Jeunet e Marc Caro, ma anche del cinema espressionista tedesco come M e Nosferatu ma in particolar modo Metropolis di Fritz Lang ed infine anche al manga Akira di Otomo dove la scena finale di ricostruzione della città (a detta di Proyas) è un omaggio proprio al manga stesso. In particolar modo la pellicola stessa può essere interpretata come il Mito della Caverna di Platone per lo sviluppo narrativo ed la sceneggiatura inoltre è piena di riferimenti (celati) alla mitologia Greca. Il casting per i Stranieri fu molto particolare visto che Proyas chiamò direttamente lo sceneggiatore del musical e del film The Rocky Horror Show per la parte del cattivo principale (Mr. Hand), il personaggio di Kiefer Sutherland (inizialmente doveva essere William Hurt ad interpretarlo) è basato a sua volta su una persona reale ovvero il giudice tedesco Daniel Paul Schreber che oltre ad essere autore del libro Memoirs of My Nervous Illness soffriva di demenza precoce, paranoia, schizofrenia e complesso narcisistico che vennero descritte da lui stesso nel libro citato prima.



(Come il giudice tedesco a cui è ispirato il personaggio nella storia devia su quelle problematiche psicologiche) 

Concludendo, la pellicola visivamente è qualcosa di eccezionale se non addirittura unico nel panorama cinematografico sia degli anni '90 che anche in quello attuale sia per sviluppo che per elaborazione grazie anche ad una bellissima fotografia di Dariusz Wolski che valorizza l'atmosfera noir innalzando già la più che originale scenografia. Difatti la capacità di Proyas alla mdp di creare "quadri" d'autore ad ogni minuto di visione è qualcosa di portentoso. Le atmosfere noir, l'architettura degli edifici, i giochi di luce, i personaggi stessi, le autovetture d'epoca, per farla breve la coreografia, l'impianto generale "visivo" raggiunge risultati eccellenti in cui la stessa scenografia prende vita come un personaggio a se capace di movimenti e gesti. Ovviamente il film non è perfetto, non è un capolavoro ma ci si avvicina molto vi sono delle sbavature che tendono al fumettoso, forse caricaturale negli Stranieri ma del resto Proyas è lo stesso regista del Corvo per cui evidentemente ha risentito molto di quella sua precedente opera. Piccola menzione per il bel cast oltre ai già citati O'Brien e Kiefer (che sono quelli che hanno offerto la miglior prova attoriale grazie anche ai personaggi molto sviluppati a livello di sceneggiatura) si possono trovare: un William Hurt versione detective di Chandleriana memoria, due bellissime e talentuose attrici come Jennifer Connelly (sempre perfetta nei tempi drammatici) e Melissa George (quest'ultima mette davvero in mostra tutta la sua bellezza nonostante il poco minutaggio) ed infine  Rufus Sewell che risulta molto credibile nella parte del protagonista (nonostante i limiti di caratterizzazione di esso a causa dello script).


(Un gran bel cast di caratteristi si è scelto Proyas) 


(Menzione d'onore per lo scontro finale in stile Scanners di Cronenber potenziato al limite massimo  del telecinetico) 

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