sabato 31 ottobre 2020

Paura nella città dei morti viventi (1980) L'orrore di Dunwich secondo Lucio Fulci



Ci pensavo su da diverso tempo a questa parte, quale modo migliore di festeggiare l'imminente giorno di ognissanti (globalizzato per grazia d'America in Halloween) con un film di un regista italiano che è tra i miei preferiti (e pure dal sempre citato Tarantino). Sto parlando di Lucio Fulci, essendo che colgo la palla al balzo, prendo tre esattamente tre piccioni con una fava: inaugurare la festa più mistica dell'anno, terminare la visione incominciata otto anni della Trilogia della morte e riaprire sul blog il paragrafo dedicato a Fulci. Scrivo riaprire perché già in passato ho parlato di Una lucertola con la pelle di donna (1971) & Non si sevizia un paperino (1972) di questo grande terroristica prolifico dei generi. Dunque Paura nella città dei morti viventi, tra le prime cose che posso citare è che questo risulta il mattone col quale Fulci ha costruito e personalizzato, alla propria maniera, la casa su cui ha edificato il genere Horror secondo il suo volere. Primo passo anche della Trilogia della morte (che nulla ha da invidiare se paragonata a quella dell'Apocalisse di Carpenteriana memoria) cominciata nel 1980 con questo film e proseguita poi con ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà (1981) e Quella villa accanto al cimitero (1981). La produzione del film incomincia direttamente subito dopo Luca il contrabbandiere, Lucio Fulci tornò all'horror. Il progetto era già stato avviato durante la lavorazione di Luca il contrabbandiere, tanto che quando Fulci ebbe il via libera dalla produzione lasciò il set del film, affidando la fine delle riprese al suo aiuto-regista Roberto Giandalia. 

Il soggetto e la sceneggiatura sono firmati dallo stesso regista assieme a Dardano Sacchetti (amico di penna con cui scrisse pure Zombi 2), le riprese cominciarono nell'aprile 1980 e durarono otto settimane. Le location furono a Savannah, in Georgia, per gli esterni, e Roma per gli interni e le scene che richiedevano l'impiego di effetti speciali. Le scenografie del film furono realizzate da Massimo Antonello Geleng, alla sua prima collaborazione con Fulci. Inizialmente il regista non era molto contento di Geleng, che fu imposto dalla produzione. Alla fine delle riprese, invece, Fulci apprezzò molto il lavoro di Geleng, tanto da richiamarlo spesso per effettuare le scenografie dei suoi film.  Savannah era in realtà una città abbastanza solare, non adatta alle atmosfere cupe del film. Per questo Geleng ricostruì il vento, la nebbia e la polvere. Alcune scene del film in esterni furono ricostruite in studio, a Roma. La casa che si vede nell'incipit del film, quella della medium, fu ricostruita agli studi De Paolis, come anche la casa di Sandra. I quadri presenti nella casa furono realizzati dallo stesso Geleng. I sotterranei che dalla tomba di padre Thomas conducono alla sua cappella furono ricostruiti in studio. La realizzazione durò un mese. La fotografia del film fu realizzata da Sergio Salvati, storico collaboratore di Fulci e la colonna sonora invece da Fabio Frizzi. Invece parlando del cast: il ruolo di Mary fu affidato a Catriona MacColl, qui alla sua prima interpretazione in un film di Fulci, che in seguito interpreterà anche ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero. Il ruolo di Peter Bell fu interpretato da Christopher George, apparso in molti western statunitensi. I rapporti tra l'attore e Fulci non furono molto buoni. Fulci, che aveva l'abitudine di dare un soprannome a tutti i membri della sua troupe, soprannominò George "il cane col sigaro". Il ruolo di Bob fu interpretato da Giovanni Lombardo Radice, attore molto noto agli amanti dei film horror italiani. Anche il rapporto di Fulci con Radice non fu molto buono sul set. Tom fu interpretato da Michele Soavi, futuro regista di film horror e allora agli esordi in veste di attore. Soavi partecipò al film anche in veste di aiuto regista. Antonella Interlenghi, che interpretò Emily, venne arrestata negli Stati Uniti durante le riprese del film. L'accusa fu oltraggio al pudore. L'attrice uscì su cauzione, pagata dalla produzione. In un piccolo ruolo, quello del becchino, appare Perry Pirkanen, reduce dal controverso e scioccante Cannibal Holocaust diretto da Ruggero Deodato nel 1979. 

La trama vien da sé: Il reverendo Thomas, che vive in una cittadina americana (Dunwich) costruita dove un tempo sorgeva la città delle streghe, si uccide. È l'inizio di una strage ad opera dei morti viventi da lui guidati. Una medium e un giornalista di New York e una psicanalista del posto sanno che per fermare il fenomeno bisogna distruggere la tomba del reverendo e penetrano nella cripta. Questo film omaggia esplicitamente i racconti di H. P. Lovecraft, e ne eredita buona parte del sentire, ma anche un po' di Poe (la sequenza della sepoltura prematura) e Stephen King (sono vari i riferimenti al suo Le notti di Salem). L'incipit della seduta spiritica se la gioca con il climax dell'apertura di Phenomena, un colpo dritto e senza pietà all'attenzione dello spettatore che si ritroverà catapultato attraverso scenari tenebrosi, sulfurei e sinistri, idealmente pregni di un male invisibile che regola le sorti dell’umanità. Fulci in questa pellicola spinge sui dettagli macabri, propinando un orrore tanto fisico e tangibile quanto assurdo nella sua comparsa: cadaveri putrescenti, vermi disgustosi, cervella in vista, interiora, urla nell’oscurità, sangue dalle pareti o specchi, finestre e pavimenti che detonano senza motivo. Una carovana dell’orrore in piena regola. Senza contare poi il cast che non viene mai meno alle interpretazioni che devono svolgere, oltretutto la presenza di bellissime attrici come: Catriona MacColl, Antonella Interlenghi Janet Agren risultano essere le scream girl che tutti noi vorremmo in una sventura dell'orrore. Fulci comunque non ci andò lieve neanche con il cast: la sequenza dell'assalto dei vermi fu girata con l'ausilio di veri vermi, gettati sui volti degli attori tramite enormi ventilatori. Alla fine delle riprese della scena, gli attori coinvolti ebbero delle crisi isteriche. Questo portò ad un clima talmente di tensione che qualche burlone pensò di mettere dei vermi nel tabacco di Fulci il quale se li fumò. In seguito, quando contrasse una serie di malattie, ipotizzò che fossero dovute proprio a quei vermi. Secondo l'operatore del film, Roberto Forges Davanzati, a introdurre i vermi fu Christopher George. 

Nonostante comunque la presenza di non morti nella trama questa non deve sviare dalla personalissima visione di Fulci, che è ben distante da quella critica a livello sociale presente nei film di Romero. Qui i non morti sono entità che sfuggono dalle normali leggi dell'anatomia e della fisica entrande nel mondo ignoto del male antico e mistico (a cui poi film recenti come The Void sempre si rifanno). C’è anche spazio per mostrare il valore del pregiudizio del paesino, sulla falsariga de Non si sevizia un paperino,  Il nichilismo di Fulci però si esprime in modo magistrale con scene che hanno segnato il cinema di genere: le lacrime di sangue, Mary Woodhouse sepolta viva e liberata a colpi di piccone (la sequenza fu girata in due giorni e le riprese furono spesso interrotte poiché la MacColl aveva attacchi di claustrofobia), le interiora rigurgitate (la scena fu realizzata con l'ausilio di una testa finta e di interiora di pecora), il trapanamento del cranio del povero  Bob e naturalmente la beffarda ed ambigua apocalisse finale. Si certo perché l'epilogo che inizia con la scoperta della tomba del prete è tutto un climax da manuale degni dal miglior Mario Bava fino a giungere al finale inaspettato sul finale felice. a sequenza finale fu suggerita da Vincenzo Tomassi, montatore del film, uno degli storici collaboratori di Fulci. «Il film finiva con il bambino che correva verso Jerry e Mary. Sembrava tutto bello. Tomassi disse: 'Perché non spacchiamo l'immagine in diversi pezzi e vediamo le loro facce fuori scena?'. Infatti, dopo aver girato, ci eravamo accorti che i due guardavano dubbiosi verso la macchina da presa. I critici ci hanno scritto sopra 500mila volte, dicendo che era stupendo... Questo dubbio, se il bambino era uno zombi o no, l'aveva inventato Tomassi. La gente lo accetta, perché l'orrore si accetta in quanto idea pura. La ragione non c'è... c'è l'idea pura», dichiarò il regista. 


domenica 25 ottobre 2020

Don't Breathe (2016) Mai rubare in casa del cieco



Capita a volte che nella prima decade del 2000 si possa incappare in piccoli gioielli di genere sul suolo americano (in particolare questo mi ha ricordato nel titolo il Don't di Edgar Wright nei trailer finti di Grindhouse), questa non è esattamente la prima volta, pellicole che hanno la facoltà di prendere un genere e rivoltarlo come un calzino grazie alla regia e alla sceneggiatura. Don't Breathe è uno di questi film, Fede Álvarez dopo essersi fatto notare nella rivisitazione nuova era di Evil Dead (sotto la guida del buon Raimi) se ne esce fuori con questo piccola gemma dal sapore vecchia scuola sulla carta. Il regista Uruguaiano dopo aver preso di petto le critiche (probabilmente senza fondamento) sulla truculenza sanguinaria di Evil Dead, decise di di voler dimostrare cosa poteva fare con una storia originale, basata sulla suspense e priva di qualsiasi elemento soprannaturale. Tralasciando la scelta dell'antagonista (di cui parlerò dopo), il cineasta prende il genere home invasion e decide di ribaltarne il punto di vista e parti, così da rinfrescarne la vena cinematografica e poter scoprire nuove strade di narrazione. Così forte di un budget di nove milioni di dollari (e la supervisione produttiva sempre di Raimi), chiama nel cast: Daniel Zovatto, Dylan Minnette, Jane Levy (protagonista del suo precedente film) e il sempreverde Stephen Lang per poi andare in Ungheria a girare il film, nonostante la pellicola sia ambientata a Detroit poche sono state le riprese fatte sul luogo.


La trama nella sua semplicità vien da sé: Rocky vive in una situazione familiare insopportabile ed è pronta a tutto pur di abbandonare Detroit per il sole della California. Per amore, il fidanzato sbruffone Money e il timido Alex la aiutano a svaligiare appartamenti. Money crede di aver individuato il colpo grosso nel villino di un veterano della guerra del Golfo, rimasto cieco in seguito a una ferita, che ha incassato un risarcimento a molti zeri dopo un tragico incidente in cui ha perso l'unica figlia. I dubbi etici su un furto ai danni di una persona così vulnerabile svaniscono di fronte alla somma agognata, ma i tre scopriranno che il solitario abitante della casa è tutt'altro che indifeso di fronte a un'intrusione. Come avete letto la trama si basa sui soliti canoni, ma l'invertimento di parti e punto di vista grazie alla scenegiattura a quattro mani di Fede e Rodo Sayagues fa esplodere l'incedere narrativo. Il regista ha così modo di mettere in scena la storia grazie alla telecamera, innumerevoli sono  gli usi dell'effetto Vertigo o Dolly Zoom (ve lo ricorderete pure in Jaws di Spielberg dai) per esempio o la fantastica scelta ad un certo punto di spegnere le luci (per i personaggi): che ricorda molto l'angoscia scelta da Demme per l'epilogo del Silenzio degli Innocenti (ma questa volta senza visore notturno). Quindi la pellicola si basa su una solidissima direzione dietro alla mdp che poggia a sua volta le basi su una scrittura che quando parte non lascia il tempo d'abbassare la guardia. I "buoni ladri" sono ben rappresentati però quella che maggiormente brilla è la scream queen Jane Levy, lei come in Evil Dead si prende sul groppone l'empatia dello spettatore grazie al suo approfondimento da sognatrice che vuole uscire fuori dal fango e da una situazione disagiata. Ed ora veniamo a quello che è il pezzo più forte,  Stephen Lang  nel ruolo del cieco risulta un misto tra: Zatoichi, Furia Cieca, Travis Bickle, N'Dour di Geb e quell'ingegnere pazzo di Josef Fritzl (di cui i giornali hanno tantissimo parlato) quindi una vera e propria macchina da guerra piena di pazzia e calma allo stesso tempo.




Tralasciando il colpo di scena, forse prevedibile, in cui il proprietario di casa risulta essere inarrestabile e successivamente il fatto che sia un aguzzino sequestratore non rovina il suo prendersi il film creando vera e propria tensione. Vi è anche da dire che è uno degli stupratori cinematografici più gentiluomini che si siano visti, con questo mi riferisco alla sua peretta ingravidante che per nostra gioia gli verrà restituita indietro nel modo più liberatorio possibile dalla nostra protagonista coccinella. Stephen Lang ripeto, è uno di quei caratteristi che ad Hollywood fa sempre e che da sempre ha dimostrato la sua bravura, qui regala un antagonista fantastico: che tutti i film di genere dovrebbero avere per interpretazione, ed in particolare la fisicità del poter disporre della caratterizzazione che il peso divistico del personaggio fornisce nella narrazione. Tirando le fila quindi: senza asserragliarsi in un fortino di soluzioni facili o di cliché ridondanti per spaventare il pubblico, il film di Fede Alvarez si giova di una scrittura equilibrata e asciutta, di una regia coinvolgente e mai sopra le righe e di un ritmo serrato fatto di scelte mai banali o prevedibili. Attorno a una trama semplice (solo in superficie) e con un uso sapiente del colpo di scena, Don't Breathe costruisce progressivamente una vorticosa spirale di terrore misto a inquietudine, svelando una vicenda più ampia del previsto e senza mai dimenticare di raccontare in maniera cruda e diretta la (dis)umanità dei suoi protagonisti. Ma non è finita qui, Man in the Dark (titolo italiano che sembra un misto tra Man on the moon dei REM e Shot in the dark dei Black Sabbath) potrebbe avere un seguito già in cantiere. Sam Raimi ha detto al riguardo dell'idea di Fede sul seguito: <Si tratta dell’idea più geniale congegnata per un sequel che io abbia mai letto. Credetemi, non sto scherzando>. Staremo a vedere quindi, anche perchè a fronte di un budget di nove milioni questo gioiellino è riuscito ad incassarne 157 e passa in tutto il mondo.

Escape Room (2019) Ricominciamo a giocare



Parlo poco di film recenti, non perché essi non siano meritevoli di una citazione, sia chiaro, ma perchè tendo a guardare vecchi film con gli occhi della posterità odierna. Quindi oggi parleremo di quei piccoli casi, di piccoli film, che riescono ad avere un successo superiore alle attese sia per il budget che per le valutazioni della critica (quelli dei giornali e compagnia criticona). Escape Room parte dall'idea molto semplice di convertire in genere thriller un gioco che sta andando molto di moda, a cui io non ho ancora preso parte per la cronaca. Questo film ricalca quella metodologia che ripercorre i sentieri di Saw o anche di Cube, però senza percorrere i temi dello splatter o della fantascienza: quindi, tirando i dadi, il fine è quello di mostrare tensione attraverso il gioco e non particolarmente al sacrificio o alla spettacolarizzazione delle trappole di cui esso è permeato. Il film è prodotto dalla Columbia Pictures assieme alla Original e vede tra i produttori esecutivi Neal H. Moritz (papà soldi della saga di macchine di Vin Diesel), la distribuzione è stata affidata alla Sony che ha fatto pure uscire un cd con la colonna osnora prodotta da Brian Tyler e John Carey. Il cast è formato da volti quasi sconosciusti tra cui spicca sicuramente Deborah Ann Woll della serie Daredevil.



La trama è la seguente: A Chicago, Illinois, la studentessa di fisica Zoey, il magazziniere Ben, il daytrader Jason, la veterana di guerra Amanda, il camionista Mike e l'appassionato di escape room Danny ricevono inviti al Minos Escape Room Facility con la possibilità di vincere $ 10.000. Si riuniscono nella sala d'aspetto della struttura e vengono rinchiusi all'interno: il gioco è già iniziato. Il film come ho detto precedentemente segue le linee guida imposte da quei due franchise, però rinfrescando l'algoritmo vista la moda del suddetto gioco. Le figure che si possono definrie maligne sanno essere interessanti: Yorick van Wageningen (che tutti noi ricordiamo per la scena di stupro ai danni di Rooney Mara nel remake di Millenium ad opera di Fincher) in qualità del Game master offre una prova più che dignitosa, che ricorda molto il cinico Macina in 8mm di Joel Schumacher e la figura misteriosissima del Dr. WooTan Yu (anagramma di No Way Out, nessuna via di fuga in italiano) completano nel loro essere la mente dietro alla efferata società che fa questi giochi mortali. Il resto del cast impersona molto bene gli stereotipi: il soldato con sindrome pst-traumatica, la secchiona universitaria, il perdente fallito, il rozzo bifolco, l'uomo d'affari senza scrupoli e  il "nerd tipo".




Negli ultimi anni il fenomeno delle Escape Room è esploso in tutto il mondo, era dunque giusto che il cinema cogliesse l'istante e trasformasse tutto in un film da 99 minuti. Su grande schermo però c'è poco da scherzare: il premio finale è in denaro ma per raggiungerlo bisogna essere costretti a rischiare anche la propria vita. Un'opera che fa soffrire chi si identifica nei personaggi ma che dona macabre soddisfazioni a chi invece ama guardare e torturare il prossimo. Una struttura a spirale che funziona molto bene nella parte centrale, subito dopo il prologo, ma che si perde leggermente nella seconda, inserendo elementi poco credibili e spostando il baricentro dell'azione. Affrontata con consapevolezza, la pellicola è anche in grado di divertire e di instillare la giusta tensione, purtroppo però non chiude tutti i cerchi aperti: bisognerà aspettare un secondo capitolo, già in lavorazione. Sempre che siate interessati davvero a conoscere le risposte alle domande. Escape Room quindi non è un horror, è uno slasher senza sangue, un thriller con un buon ritmo (ed una sempre presente regia solida), attori sconosciuti ma discreti è un twist finale un tantino forzato. La motivazione è riconducibile ai soliti miliardari annoiati che hanno bisogno di un hobby divertente e cattivo (Hostel). Qualcuno è uscito dalla stanza e vuol cercare l'organizzatore del gioco per fargli i complimenti. Qualcun altro si sta già organizzando (Cabin in the Woods, ma quello era un game changer del genere) per accogliere festosamente chi ha superato la propria paura di volare. Lì dove nel finale di Saw il caro John Kramer gridava <Gioco finito!> qui il mefistofelito Dr. WooTan Yu esclama <Ricominciamo a giocare.>

venerdì 23 ottobre 2020

Link (1986) Il thriller antropologico di Richard Franklin


Come sempre torniamo nei favolosi anni 80, in particolare l'86 che è una grande annata, sapete già che quel periodo è particolarissmo e si è portato con sè la vena sperimentale della decade precedente ma con una letturadel tutto personale dei generi. Spulciando nelle filmografie sono incappato in questo titolo di produzione Britannica, attirato sia per il nome che per la peculiare locandina. Il regista è Richard Franklin, cineasta australiano con alle spalle due titoli di successo: Patrick del 1978 ed il seguito del più rappresentativo dei film di Sir Alfred Hitchcock: ovvero Psycho 2 del 1983. Franklin è sempre stato uno tosto, già il fatto di aver diretto con successo un film che fa da seguito ad una cult come Psycho la dice lunga, Tarantino addirittura ne parlerà al suo personalissimo festival del cinema (Quentin Tarantino Film Festival del 2005) durante la proiezione del già citato sequel tessè lodi a Franklin, affermando che il suo film australiano preferito era Roadgames del 1981 e che nel suo sogno da piccolo appassionato di cinema (fare un libro riguardante i registi di genere) il suo nome era il primo con i quali voleva fare un'intervista. Tornando comunque alla genesi del film, Franklin si trovò ad un passò dal girare The Lost Boys  però ci fù un cambio di piani ed ebbe per le mani Link, la storia era stata scritta da Lee David Zlotoff (il creatore di MacGyver!) e Tom Ackermann ma per la sceneggiatura chiamò il suo collega Everett De Roche che aveva lavorato con lui in tanti altri suoi film.


Come dicevo Franklin usciva fresco freasco dal seguito di un film di Hitchcock, oltre ad esserne un gran fan aveva già ben in mente di allontanarsi da possibili paragoni per tematiche. Tutti sappiamo che il film successivo a Psycho fu The Birds, il regista australiano quindi ne ripercorre i passi però discostandosi in Link difatti affermò: <Esito a paragonarlo a The Birds perché tutti diranno 'Oh merda, sta facendo di nuovo Hitchcock.' A differenza di The Birds, che è una specie di fantasia, Link si basa su realtà antropologiche. Lo chiamo un thriller antropologico in contrapposizione a un thriller psicologico.>. La genesi ebbe inizio nel 1979, l'idea di fondo era quella di rielaborare il classico Jaws di Spielberg in chiave però scimmiesca. Ma il regista non mosse passi fino a quando Everett de Roche non gli propose in visione un documentario della National Geographic sulla violenza degli Scimpanzè fatto da Jane Goodall. Frankli stesso affermò di nuovo: < Quello che scatenato l'idea del film è stato il fatto che Goodall osservava "il cannibalismo di giovani scimpanzè da parte di una particolare femmina di scimpanzé pazza. Ha osservato la vera guerra inter-tribale, non diversamente dall'apertura di 2001: Odissea nello Spazio, tra due gruppi di scimpanzè.  L'idea negli anni '60 era che l'uomo fosse l'unico animale a fare la guerra contro i suoi simili è stata improvvisamente gettata dalla finestra. Da allora, hanno scoperto che anche i leoni e altri animali lo fanno, ma quella, per me, è stata un'idea davvero interessante per un buon brivido.>. Everett De Roche quindi scrisse la sceneggiatura, Franklin intanto cercò di ottenere finanziamenti per il film in Australia nel 1981, ma gli fui poi offerto Psycho II che succesivamente lo portò a Cloak and Dagger. Dopo quelle esperienze decise di riattivare Link. <Link è molto più misterioso di quanto orribile>, ha detto Franklin. <Per molto tempo, la ragazza non sa, né il pubblico, esattamente cosa sia successo al dottore. Deve un po' a Psycho, in realtà: nell'umore, nel tono e nell'aspetto, assomiglia a Psycho II, incrociato con l'ambientazione inglese di Jane Eyre. È molto suspense e moderatamente violento, anche se gli scimpanzé si abbandonano alla violenza incruenta. Non usano armi, ti tolgono solo le braccia.>


Il passo successivo fu quello di scegliere la location del film, venuta meno la produzione Australiana si optò per quella Britannica cambiando l'ambientazione e girandola a St. Abbs in Scozia (che abbiamo visto recentemente in Avengers: Endgmae). Questo perchè l'ambientazione inglese per il regista era fondamentale ai fini della trama, così da poter mettere in contrasto le regole della giungla animale con quelle della società umana moderna. Inizialmente al regista fu ptoposto di girare il film con attori vestiti da scimmie, ma il regista cestinò direttamente l'idea ed assunse l'addestratore professionista Ray Berwick così da poter imprimere un effetto più reale al girato grazie anche l'uso della telecamera e del montaggio combinato. Per la colonna sonora fu chiamato il veterano Jerry Goldsmith che vinse pure un Saturn Award per la colonna sonora, per il cast invece vennerò chiamati una quasi debuttante Elizabeth Shue (anche lei premiata ai Saturn) e Terence Stamp. Piccola curiosità ma vi ricordate quando nella puntata dei Simpson era arrivata la troupe cinematografica per il film dell'Uom Radioattivo? Ecco, vi è una scena bellissima dove Ralph Winchester scambia un paio di parole con il responsabile degli effetti prostatici e del trucco sul set che ora vi riporto:


Cito questo spezzone perchè il protagonista Link nel film è uno scimpanzè ma in realtà era un orangotango a cui venne tinto il pelo ed aggiunte delle orecchie così da poterlo far sembrare uno scimpanzè. Questa cosa avvenne perchè i produttori pensavano che alle persone comunemente all'immagine dello scimpanzè era accostata una certa familiarità positiva.  


Il risultato di questa genesi viene da sé: un thriller molto suggestivo, che sopperisce alla mancanza di mezzi con fantasia dietro alla telecamera e trovate ben distribuite nel corso della visione. L'orangotango Link ha uno sguardo da brividi visto che la telecamera viene usata per delle riprese in soggettiva in modo molto ossessivo. Il tema ricorrente è lo pseudo predominio dell'uomo sulla natura, al quale vengono affiancati degli ottimi spunti sulla natura e la differenza tra uomo e scimmia. Da lodare la bravissima (e sempre bellissma) Shue che si dimostra all'altezza (una vera one woman show) ed è la vera protagonista, da notare la scena del bagno quando l'orango spia la Shue completamente nuda (tanta roba). Immancabile e di certo inosservata la prova di Terence Stamp nei panni del dottore. Aggiungo che l'ambientazione della villa (Hopperiana l'influenza artistica) è un ottimo teatro per la narrazione, senza contare poi il panorama mozzafiato di St. Abbs.

domenica 18 ottobre 2020

The General's Daughter (1999) La figlia del generale di Simon West

 

Tra tutta la caterba di film che debbo recensire dopo che mi sono passati in visione (un numero esagerato!) volevo citare questo piccolo gioiellino di stampo americano che insieme a Codice d'onore (A Few Good Men) e Basic fa parte di un mio personalissimo trittico anni 90, dedicato alla marcezza delle camicie/berretti verdi in territorio americano. Bando alle ciance quindi, il film ha la sua genesi dal libro omonimo scritto da Nelson DeMille nel 1992. Otto anni dopo la pubblicazione del libro il produttore Mace Neufeld prese in mano il progetto e stanziando la bellezza di 95 milioni di dollari come budget diede vita al film. Alla regia fu chiamato Simon West (reduce dal successo di Con Air), alla sceneggiatura invece presero parte Christopher Bertolini e William Goldman che fu chiamato in seconda per ritoccare il soggetto. Inizialmente il ruolo del protagonista doveva essere affidato a Michael Douglas solo che alla fine venne scelto John travolta, successivamente furono ingaggiati: Madeleine Stowe, James Cromwell, Timothy Hutton, Clarence Williams III, James Woods e la bellissima (e biondissima) Leslie Stefanson ed anche un cammeo del regista John Frankenheimer. Il film risultò un successo guadagnando ben 150 milioni di dollari in tutto il mondo.


La trama è la seguente: Paul Brenner (John Travolta) è un militare che sta lavorando sotto copertura per sventare un traffico d’armi portato avanti da alcuni militari corrotti, durante le indagini incontra l’affascinante e misteriosa Elizabeth Campbell, anche lei militare, tra i due sembra esserci del feeling, ma non vi è il tempo di accertarlo perche la donna viene trovata morta, il suo corpo è legato e mostra segni evidenti di violenza. Brenner verrà coinvolto nelle indagini, indagini decisamente scomode, visto che la vittima era la figlia del generale Joe Campbell (James Cromwell) pronto a lasciare l’esercito per dedicarsi alla politica, questo omicidio capita in un momento molto delicato per l’esercito e per lo stesso Campbell che chiede assoluta discrezione e celerità nel risolvere il caso. Le indagini porteranno alla scoperta di sorprendenti altarini e torbide relazioni e l’investigazione comincerà a sconfinare nei piani alti, il detective verrà messo in guardia e avvertito che la sua troppa curiosità potrebbe avere delle spiacevoli conseguenze, ma Brenner non è intenzionato a mollare.


La figlia del generale è un accattivante thriller, ottimamente confezionato con una classe e tecnica notevoli, senza contare che la fotografia di Peter Menzies Jr. e West alla regia fanno da padroni per tutto il minutaggio. Simon West è un più che valevole cineasta che proviene dal mondo delle pubblicità e usciva, al tempo,  dal radioso successo della sua opera prima (Con Air), successivamente negli anni si manterrà sempre attivo: Chiamata da uno sconosciuto ed il primo capitolo di Tomb Raider giusto per citare altri suoi lavori. La cosa interessante del film è che costringe West, stavolta, ad affrontare con efficacia i territori del thriller investigativo rinunciando alla spettacolarità che gli è più congeniale, ma non però all’eleganza della sua impronta visiva tipica del suo modus operandi, adoperandola al meglio in un ottimo intreccio perfettamente calibrato dalla sceneggiatura a quattro mani di Bertolini e del veterano Goldman. Parlando del cast troviamo, in primis, un efficace e più che mai motivato ed irriverente (il suo accento suddista è già tutto un programma in originale) John Travolta, che coadiuvato da un cast di supporto veramente notevole regala scene che non cadono mai nel ridondate e senza abbassare il ritmo narrativo. Al suo fianco troviamo un veterano attorone  come James Woods che regala un paio di scambi da manuale a livello verbale con il protagonista, Madeline Stowe come sempre resta sul pezzo e non molla il personaggio quale grande attrice che è, James Cromwell è un caratterista dall'indubbia qualità intepretativa ed anche questa volta conferma la regola, la bellissima Leslie Stefanson offre un personaggio meraviglioso/straziante/dolce nella sua doppia natura e Clarence Williams III assieme Timothy Hutton mostrano tutta la marzialità di quello che significa essere un soldato degli USA.


La figlia del generale quindi riesce a coinvolgere sia visivamente che a livello di sceneggiatura grazie alle bellissime interazioni tra i personaggi che non sono mai scontate, che ben esalta un talento come West regalandogli un intrigante e torbido intreccio narrativo, certo non privo di difetti, ma che non mancherà di appassionare un target di pubblico molto variegato anche per i temi del femminismo trattati che risultano sempre attuali. Da segnalare anche l’intrigante colonna sonora affidata al compositore Carter Burwell: Mozart, Carl Orff ed un paio di rivisitazioni di pezzi folkloristici/blues storici del blues afroamericano risultano quelle intuizioni che solo un compositore e realizzatore di qualità può implementare nel girato con saggia decisione.