Zatōichi (2003) il jidai-geki (e non solo) secondo Beat Takeshi
A distanza di ben vent'anni si è detto di tutto su questo bellissimo film (premiato al Festival del cinema di Venezia con il Leone d'Argento, ma anche come miglior film allo Stiges) di Kitano, la commistione di generi di cui è permeato è uno dei connubi di cinema classico e innovativo più riusciti. Zatoichi secondo Kitano insomma, l’icona della narrazione giapponese nato dalla penna di Kan Shimozawa unita all’estro creativo del cineasta (più ironico che mai), senza contare poi il cast eccellente che senza una sola sbavatura ci accompagna nelle quasi due ore di un film che rapisce e allo stesso momento incanta.
La fotografia di Katsumi Yanagishima richiama Kurosawa, la colonna sonora di Keiichi Suzuki 8che sostituisce il braccio destro Joe Hisaishi, per la prima volta) è parte viva del girato, si assiste stupefatti ad una cornice visiva e un racconto per il quale le parole diventano superflue. Kitano è magistrale nella sua impersonificazione del cieco samurai, non sono da meno i suoi comprimari come il ronin interpretato da Tadanobu Asano: che come nella tradizione del racconto giapponese non è interamente cattivo, ma neutrale e la sua serie d’incontri con Zatoichi offrono pure una interessante messa in scena di scontri prefigurati mentalmente. Quando anche il cinema d'autore risente di un certo schematismo, Beat Takeshi sembra un fulmine a ciel sereno caduto nel mondo del cinema. Troppo distante e personale (richiamo evidente al suo periodo da comico ad Asakusa) il suo modo di intendere la cinematografia, lo stile monotono inframmezzato da esplosioni di violenza bestiale o grottesca, il silenzio e il degenere fisso e divertito (o nichilista e distruttivo, spesso tutte le cose insieme) dei suoi film. Zatoichi è una pellicola sui samurai ingabbiata dallo stile di Kitano. Eppure, anche se è uno dei suoi lavori più violenti con coreografie e spruzzi di sangue (dal retrogusto Tarantiniano o viceversa) eleganti, per come rilegge il cinema sui samurai non può che sorprendere.
Colpi di scena non mancano, momenti grotteschi, duelli, il gioco di maschere continuo tra i personaggi che si rivelano prigionieri felici di un abito che hanno imparato a portare per molto tempo, addirittura lo splendido e inaspettato finale da musical, indimenticabile, e le continue citazioni autobiografiche allo stesso Kitano o ai suoi maestri.Tutto è così ben calibrato nei minimi dettagli e in continuo crescendo, che è come ascoltare una sinfonia fatta dal maestro Kitano che incanta il cuore degli spettatori, lasciandoci storditi da tanta bellezza e ragionevolmente convinti di essere in presenza dell'ennesimo capolavoro di un genio del cinema mondiale.
Poliedrico come pochi!
RispondiEliminaIndubbiamente affascinante, anche se quel finale danzante non ho propriamente adorato..
RispondiEliminaIo ho adorato quel frangente, molto funzionale e dannatamente evocativo.
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