giovedì 23 novembre 2017

Graveyard of Honor (2002) Il cattivo yakuza di Takashi Miike


Takashi Miike scardina le convenzioni (sempre che abbia mai avuto limiti) del genere senza mai troppo addentrarsi nel suo solito, disarmante estremismo, ma riesce comunque a colpire grazie a geniali trovate e ad esplosioni di violenza sempre ai confini del realismo. Nonostante sia un remake (dell'omonimo, celebre film del geniale Kinji Fukasaku, datato 1976), Miike affascina grazie ad una regia mai così ispirata e ad un degno studio dell'immagine che barcolla tra pianosequenza illuminanti e scene con macchina a mano.


Le ferree regole della Yakuza mal si adattano ad un individuo a sua volta diventato uno yakuza in maniera casuale. Ciò che caratterizza essenzialmente il personaggio protagonista è l'assenza di ogni regola. Un puro vortice istintivo che distrugge ogni cosa davanti al suo cammino e distruttivo verso sè stesso. Un uomo a cui Miike cela il suo passato, che non ha motivazioni razionali o che coscientemente va contro regole e codici definiti. Semplicemente regole e codici è come se non esistessero. Ci sono riferimenti alla crescita e conseguente caduta economica del Giappone (bella la sequenza con Ishimura coperto dalla bandiera nipponica) e tutta l'ultima parte c'è un'atmosfera di riflusso che viene evidenziata oltre che dalla musica, anche dall'oblio della droga.


"Graveyard Of Honor" è uno di quei rari e felici casi in cui l'opera è talmente girata bene e con coinvolgimento da lasciarci entrare all'interno dell'anima dei personaggi. A questo, oltre che la regia di Miike e la sua maestria dietro la camera, hanno senza dubbio contribuito le straordinarie performance degli attori; In particolare parlo di Goro Kishitani (Scene da tramandare da parte sua: 1) Shimatsu che si trascina di schiena sul pavimento sparando all'impazzata sul soffitto; 2) Shimatsu che dal terrazzo spara con due pistole ai poliziotti venuti per arrestarlo.), nei panni di Rikuo: freddo, ma anche disperato al punto giusto. Ma parlo anche della straordinaria Narimi Arimori, la moglie sommessa, timida e silenziosa di Rikuo, sull'orlo del collasso nervoso e alla ricerca della beata calma. Il viaggio dei due coniugi ha come destinazione la felicità, ma sono destinati ad un triste, doloroso oblìo diventato sin troppo grande per entrambi.


Poetico, vitale, crudo carillon sulla disperazione. La scena del suicidio, poi, è forse la più bella di tutto il film: la scelta di dividerla in due e mostrare la prima parte all'inizio e la seconda alla fine del film è quantomai azzeccata, rendendo la pellicola ancora più chiusa e maledetta, privando protagonista e spettatore di qualsiasi speranza verso il futuro. L'esplosione di sangue, Miikianamente assurda, esagerata e surreale, rimane impressa perché in contrasto con i toni relativamente realistici del film; ed è altamente simbolico, come se con l'impatto Ishimatsu perdesse il sangue anche di tutte quelle persone morte per mano o per colpa sua.


Per molti versi può ricordare Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara a livello stilistico, da citare anche la bellissima colonna sonora Jazz composta da Kōji Endō ed un bellissimo cammeo dello stesso Miike nei panni di uno Yakuza fuori di testa


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