2 ou 3 choses que je sais d'elle (1967) Come mi sono innamorato di Jean-Luc Godard


Prima o poi nella vita di tutti gli appassionati di cinema tocca la prima volta con un grandissimo maestro della settima arte, questo, in particolare, è stato il mio personale battesimo con tale gigante fuori dalle righe del convezionale. Ovviamente gli anni sono quelli che ballano tra i sessanta e i settanta, gran calderoni di idee e personalità che hanno plasmato il cinema moderno con i loro input creativi. Due o tre cose che so di lei è un film atipico agli occhi di molti, il pretesto d'indagine giornalistica serve solo da primo passo per la presentazione di quella che è, a tutti gli effetti, un'analisi sulla vita parigina (la Parigi che non viene citata nel titolo, ma anche la protagonista Juliette Janson), sulla società dei consumi e delle contraddizioni profonde che essa si porta dietro. Truffaut ha sempre detto (riguardo a Godard): - È veloce come Rossellini, malizioso come Sacha Guitry, musicale come Orson Welles, semplice come Marcel Pagnol, offeso come Nicholas Ray, efficace come Hitchcock, profondo, profondo, profondo come Ingmar Bergman e insolente come nessuno. - 

Già da tempo Godard pensava a un nuovo film sulla prostituzione, dopo Questa è la mia vita; l'idea di partenza per il soggetto è un'inchiesta di Catherine Vimenet apparsa su Le Nouvel Observateur il 29 marzo 1966, dal titolo Les étoiles filantes: la prostitution dans les grandes ensembles, che parla della mercificazione occasionale di non professioniste per procurarsi i mezzi necessari alla vita nella metropoli, in particolare nei nuovi insediamenti urbani alla periferia di Parigi. Da qui l'idea di descrivere un momento nella vita di una donna e al tempo stesso nella vita di una città. Al di là delle intenzioni dell'autore, rappresenta il momento di passaggio dalla sociologia alla speculazione filosofica. Godard scrive una sceneggiatura “non commerciale” da non mostrare ai finanziatori, della lunghezza di 4 pagine, intitolata Ma démarche en quatre mouvements, nella quale immagina un “film strutturalista” che prevede quattro punti di vista incrociati:

  1. La descrizione oggettiva di oggetti (sigarette, libri, tv, auto) e dei soggetti (Juliette, l'Americano, il parrucchiere, i viaggiatori, i bambini).
  2. La descrizione soggettiva degli stessi soggetti e oggetti, soprattutto per il tramite dei sentimenti.
  3. La ricerca delle strutture, come somma di descrizione soggettiva e oggettiva che conduce a forme più generali secondo una semplice equazione, 1 + 2 = 3, permettendo di cogliere un “senso d'insieme”. Questo terzo movimento corrisponde al movimento profondo del film che è il tentativo di descrizione di un insieme (esseri e cose) dato che non viene fatta alcuna differenza fra i due.
  4. La vita, come liberazione dai fenomeni dell'insieme, l'esistenza singolare di Juliette che si libera dell'universale per entrare nel particolare, secondo l'“equazione” 1 + 2 + 3 = 4.
Il principio organizzativo e strutturale secondo il quale il film è organizzato è l'identificazione tra la protagonista, la città e il linguaggio, dunque tra soggetto, oggetto e segno. Due o tre cose che so di lei spinge lo sguardo godardiano fino al limite dello strutturalismo, perché la verità della società è sepolta in profondo, al di là delle apparenze. Tuttavia, malgrado i punti di contatto (per esempio i richiami alla artificialità del testo e alle illusioni del naturalismo, e la tecnica di composizione di elementi eterogenei), un film non potrà mai essere strutturalista di per sé.
Più o meno al centro del film, la macchina da presa inquadra dall'alto una tazzina di caffè sul tavolo davanti alla protagonista. In questa ripresa divenuta giustamente celebre, si vede la schiuma che girando vorticosamente per effetto del movimento del cucchiaino, quasi per ipnotizzare lo spettatore, e imita per inerzia la forma a spirale della Via Lattea: una visione “cosmica” per il progetto totale di risistemazione dell'intelligenza che Godard porta avanti film dopo film. Si possono accusare i film di Godard di essere noiosi e pesanti, ma non si può non riconoscere che sono fatti veramente bene, che hanno un tocco particolarissimo che rimane comunque impresso in chi guarda. Sono soprattutto film intellettuali, opere il cui significato va al di là di ciò che viene mostrato sullo schermo. In alcuni casi sono film molto stimolanti e interessanti. E' il caso di "Due o tre cose che so di lei". E' un documento veramente notevole della presa di coscienza della profonda trasformazione che si stava svolgendo nella società francese degli anni '60 (e di converso in quella occidentale); una presa di coscienza molto problematica.  L'aspetto di questa trasformazione che si vuole mettere in risalto è quello dell'inglobamento dell'individuo all'interno di un sistema complesso, fatto dal dominio di ambienti geometrici, asettici, di un'invadenza di prodotti e immagini, che portando di fatto a massificare la vita delle persone, a renderla schiava di bisogni indotti. I soldi diventano così la misura di tutto, anche del sesso.
E' questo il significato di un film dove volutamente non c'è storia, non ci sono fatti o narrazione. Si tratta poi di un gioco stilistico scoperto, visto che i personaggi stessi spesso si fermano e rispondono alle domande della voce fuori campo (un narratore, che è lo steso Godard, che bisbiglia/sospira/susssurra in maniera geniale per tutto il film), per poi riprendere tranquillamente quello che stavano facendo. Tra l'altro quelle dibattute sono tutte questioni scottanti e in parte ancora attuali, quindi non sono affatto discorsi astrusi o senza senso. Inframezzate alle scene di vita quotidiana di una moglie/madre borghese che si prostituisce per pagarsi gli agi, ci sono inquadrature panoramiche di palazzoni di periferia, ponti in costruzione e dell'invasione di oggetti e immagini iconiche che in pratica costituiscono la nostra percezione del reale. "Due o tre cose che so di lei" è un efficacissimo spaccato sociologico di un momento ben preciso nell'evoluzione della società occidentale, Godard può piacere oppure no; a me piace abbastanza, ha uno stile visionario, pop-art, moderno, e nella sceneggiatura getta tutto ciò che gli passa per la testa.

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