House of Flying Daggers (2004) La foresta dei pugnali volanti e degli amori tragici, di Zhang Yimou


Questo lavoro di Zhang Yimo, che arriva due anni dopo il monumentale "Hero", è un progetto molto personale, molto intimo, in cui la fotografia regna (ancora) sovrana ed è ancora la protagonista di tutta la vicenda. Le spie dei colori che dominano la storia hanno volti di professionisti carismatici, Lau e la sempre talentuosissima Zhang Ziyi (che non ha nulla da invidiare a Gong Li) formano un duetto struggente: amore, lotta, menzogna e la totale passione dominano le loro prove. Ancora una volta l'approccio ai colori è l'arma vincente, sembra di vedere dei quadri ad ogni fotogramma, ma non di meno anche i combattimenti altamente coreografati che si svolgono nel susseguirsi della vicenda: su tutti il combattimento nella foresta sui bambù, che sembra quasi richiamare "La tigre e il dragone" di Ang Lee visto la protagonista che si ritrova. Secondo quanto riferito, ricevette una standing ovation di 20 minuti al festival cinematografico di Cannes, cosa che non mi stupisce avendo visto il talento dietro alla sua splendida cinematografia e alle scene di combattimento epiche.


Zhang Yimou ha realizzato alcuni dei film visivamente più sbalorditivi che io abbia mai visto. Qui, e con "Hero", conquista per la Cina continentale una parte della gloria delle arti marziali a lungo rivendicata da Hong Kong e dai suoi accoliti come Ang Lee e Quentin Tarantino. Il film è così bello da guardare e da ascoltare che, come in alcune opere, la storia è quasi fuori luogo e serve principalmente a portarci da una scena spettacolare all'altra. La trama è quasi secondaria rispetto all'azione gloriosa, fino all'ultimo atto, che mi ha ricordato un po' il triangolo amoroso in "Notorious" di Hitchcock (1946). In "La foresta dei pugnali volanti" le relazioni contengono ulteriori livelli di scoperta e tradimento, così che la soave scena conclusiva nel campo di neve rispecchi la più classica delle tragedie romantiche. Eravamo abituati alla bellezza dei paesaggi orientali, ma l'ambientazione della pellicola di Zhang Yimou, che sfrutta a meraviglia i colori autunnali e invernali (foreste violate da enigmatici fasci di luce azzurrognola, bianchi campi fioriti sul cui sfondo si stagliano alberi dalle foglie rosse e gialle, perfino un duello in mezzo a una tempesta di neve), lascia a bocca aperta per la sua magnificenza.


Questo filone delle arti marziali è ormai diventato un genere di moda  anche in Occidente dopo il secondo sdoganamento ad inizio 2000, perfino tra gli spettatori che il cinema asiatico lo hanno scoperto con film tipo "Lanterne rosse" e che non sanno nulla di King Hu e di Tsui Hark. Non si può pertanto parlare di sorpresa di fronte a questo film di Zhang Yimou, tanto più che dello stesso regista che era all'epoca fresco di un film dall'impostazione praticamente identica, sia pure meno ambizioso. Non perciò di originalità si può parlare a proposito de "La foresta dei pugnali volanti", ma di una maestria registica. Avendo già visto combattimenti volanti (tra l'altro coreografati dall'immancabile Ching Siu-Tung, come ne "La tigre e il dragone"), ma la battaglia nel bosco di bambù ha una leggerezza, una fantasia e un dinamismo impareggiabili. 




Pertanto è un film stupendo, tragico e poetico allo stesso tempo, visivamente raffinatissimo: la scena in cui avviene il "passo dell'eco danzante" parla da sola. Gli stessi attori nei loro coloratissimi costumi sono di una bellezza smagliante, mai patinata e poi tecnicamente rasenta la perfezione: la macchina da presa "vola" letteralmente insieme a frecce, lance e pugnali, ralenti, tutti aspetti che permettono ad un coltello in volo di tagliare a metà una goccia di sangue (una sapienza sopraffina), avvincente nella trama, la cui ambiguità ricorda certi vecchi film di Kurosawa, in cui non si sa mai chi è veramente il personaggio che si ha di fronte: qui i tre protagonisti dissimulano più volte: nei loro confronti, ma anche verso lo spettatore la loro vera identità.

Commenti

  1. Rivisto di recente. Magnifico nella sua semplicità, per quanto un uso del digitale abbia fatto invecchiare maluccio delle micro-sequenze, ma il triello finale è così potente nella sua semplicità da riscattare qualunque cose, figurati se quanto viene prima rasenta la perfezione.
    Mi era piaciuta moltissimo questa trilogia vuxia ❤️

    RispondiElimina

Posta un commento