lunedì 30 ottobre 2017

Kingdom of Heaven (2005) Le crociate di Ridley Scott

Parlare di Ridley Scott è come parlare di un Maestro che nel corso degli anni è riuscito (attraverso tante produzioni) a gettarsi addosso un alone che in molti non apprezzano, ma questa è ben altra storia. Kingdom of Heaven è il quindicesimo lungonetraggia diretto da Scort, è uno dei Kolossal americani definiti minori nel cinema moderno ed anche sottovalutato dai più. Il cotesto storico viene saggiamente rimaneggiato da William Monahan (qui alla sua prima sceneggiatura) in favore della settima arte e dello sviluppo narrativo, molti fatti e personalità dei personaggi storici messi in campo sono rimaneggiati così da elevare ulteriormente la storia: Saladino, anche se non è mai stato il feroce sultano dipinto in occidente, non era neppure un sovrano così riluttante alla guerra come nel film di Scott e certamente avrebbe fatto di tutto per riconquistare la città di Gerusalemme. Allo stesso modo Baldovino IV, il re lebbroso, aveva dimostrato come sovrano in primo luogo doti militari, mentre il regista ha amplificato un'iconografia da "re filosofo".


La forza che maggiormente fa splendere la pellicola non è solo il comparto bellico, ma i dialoghi ed il contenuto del film che prende e muta il contesto delle crociate per comunicare tematiche che vanno dal pacifismo (spiegato attraverso bellissimi dialoghi) ma anche di redenzione e di quale sia la volontà più giusta per rispettare il dominio di una fede che nella maggior parte delle volte è solo un mezzo per uno mero scopo. Il mio maggior consiglio è di godersi la sublime Director's Cut che mette in mostra tutto il valore dell'opera i 45 minuti aggiuntivi sono come pezzi mancanti di un puzzle bello ma incompleto che era la versione standard uscita nei cinema.


Tecnicamente Scott è inattaccabile e ineccepibile, la messa in mostra tra campi lunghi e soggettive unite ad un ampio e saggio uso della telecamera regala tutto quello che la storia può mostrare nella sua sceneggiatura. A parte le differenze storiche (peraltro già ampiamente riscontrate ne Il gladiatore), Scott dipinge un monumentale e fantasioso affresco della Palestina del XII secolo, nel quale si ritrovano una fotografia (John Mathieson) e un'illuminazione molto ricercate (quasi un marchio di fabbrica per questo regista), una regia talvolta imponente e tutta la grandezza del cinema bellico di Hollywood con rimandi ai capolavori di Kurosawa. Con un efficace dispiego di mezzi ed effetti speciali (The Moving Picture Company), il film non manca di sequenze spettacolari (l'attacco a Gerusalemme e tutta la battaglia finale), anche se, come già detto, alla cronaca dei fatti si preferisce una parabola più romanzata, dove la giustizia e la rettitudine sconfiggono l'avarizia e la malvagità. La scenografia di Arthur Max (unita ai bellissimi e dettagliati costumi di Janty Yates) è perfetta per la sontuosa ed evocativa colonna sonora composta da Harry Gregson-Williams che utilizzò anche  il tema Valhalla - Viking Victory del film Il 13º guerriero, composto dal compianto Jerry Goldsmith, all'interno di questa pellicola (lo si può udire quando Baliano pronuncia il suo discorso di incoraggiamento per i difensori di Gerusalemme, per poi nominare cavalieri tutti gli uomini capaci di brandire un'arma).


Altra grande menzione per il bellissimo e variegato cast: un Bloom convincente in particolare nelle parti drammatiche che non è li solo come bella faccia, Eva Green bellissima e sensuale ma anche forte ed innocente nella sua debolezza, Liam Neeson che in treanta minuti regala una bellissima figura paterna in cerca di redenzione, Edward Norton che esprime carisma da tutti i pori nonostante porti una maschera per tutto il tempo e sia irriconoscibile sotto il trucco, Ghassan Massoud perfetto nei panni di Saladino che ne mostra un aspetto molto iconico e ottimamente analizzato in fase di sceneggiatura e seguono poi tutti gli altri grandi caratteristi iniziando da Jeremy Irons passando per David Thewlis senza scordarsi di Brendan Gleeson e Marton Csokas.


In conclusione questo è un ottimo film di Ridley Scott, molto sottovalutato e, che sotto la sua pelle, nasconde una vitalità straordinaria.





Lincoln (2012) Cose uguali a una stessa cosa sono uguali fra di loro

L'idea del progetto prende vita quando Steven Spielberg incontra la scrittrice Doris Kearns Goodwin, che aveva appena finito la stesura del suo libro Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln (pubblicato nel 2005), letto dallo stesso Spielberg in anteprima, su concessione della scrittrice; così il regista decise di girare un film sulla vita di Abraham Lincoln basandosi sul libro della Goodwin. Inizialmente il ruolo di Lincoln era destinato a Liam Neeson che declinò l'offerta per via della sua età avanzata.


Spielberg non ci regala nemmeno una sequenza che rimarrà nella memoria purtroppo almeno a lungo termine nonostante la perfezione tecnica sia per lo più diretta sulle soggettive dei personaggi che ai campi lunghi, la partitura del grande Williams è di sfondo in modo abbastanza anonimo, la fotografia di Kaminski è come sempre senza sbavature, lattiginosa/biancastra amalgamata con l'azzurro livido e marron/arancione che dominano a seconda dell'ambientazione, i costumi di Joanna Johnston uniti alla scenografia di Rick Carter sono eleganti ed allo stesso tempo dettagliati sia per il periodo storico che rappresentano sia per la rappresentazione diegetica che il film si porta appresso.


La storia che è al centro di tutto prende in esame solo quattro mesi di vita di Lincoln per l'esattezza, il film si concentra esclusivamente sulla vita privata di Lincoln e sulla vicenda che porterà all'approvazione del XIII Emendamento. Il tutto in maniera a volte troppo retorica ma dannatamente dettagliata e intrigante. La guerra civile è sullo sfondo narrativo qualche esplicazione delle terribili battaglie avrebbero aggiunto pathos alla vicenda secondo me, invece il regista si concentra nei dialoghi e nella tecnicamente perfetta evoluzione narrativa dei dialoghi. La ferocia di Spielberg alla vecchia maniera si sente nella scena iniziale di battaglia e nella mostra della fossa comune per gli arti amputati dei soldati, ma per il resto la sceneggiatura di Tony Kushner preferisce seguire le dinamiche della riuscita del XIII emendamento difatti le scene ambientate nel Senato americano sono di quanto più riuscito anche come fedeltà storica.




Gran merito va dato al grande cast per la riuscita credibilita del film: primo tra tutti un camaleontico Day-Lewis che regala ai posteri un bellissimo e affabulatore Lincoln (forse un po' buonista) che è l'altra faccia della medaglia del suo Bill Cutting in Gangs of New York di Scorsese, Sally Field nei panni di Molly è la giusta controparte alla figura iconica data dal Presidente in questione, Lee Jones perfetto sia nei dialoghi che nella fisicità dell'interpetazione seguono poi a ruota grandi nomi tutti ben scelti e ispirati come Jared Harris, James Spader, Lee Pace, Goggins, Michael Stuhlbarg, Gordon-Levitt, Earle Haleye cosi via. In conclusione il XXVIII emendamento cinematografico di Spielberg può risultare un polpettone sfornato apposta per l'Academy ma è anche un film molto minuzioso che si prende tutto il tempo per raccontare una storia di compromessi ma anche di figure storiche che in America faranno sempre parlare di se. Tecnicamente ricercato, tendenzialmente verboso e ottimamente recitato.


sabato 28 ottobre 2017

Dark City (1998) Il Mito della Caverna di Proyas




Correva l'anno 1998, il regista Alex Proyas (che ultimamente si è dato a pellicole molto discutibili come Gods of Egypt) tirò fuori dal cilindro questo entusiasmante sci-fi dai rimandi noir e dal gusto distopico anticipando (e influenzando) solo di un anno il Matrix dei fratelli (al tempo) Wachowski. Il soggetto del film è del regista stesso che con il supporto di David S. Goyer e Lem Dobbs ne trasse poi una sceneggiatura per il film. Vi è molto da dire su questa pellicola: il regista in fase di scrittura s'ispirò al genere noir degli anni quaranta e cinquanta (cosa che ben si nota per impianto narrativo, messa in scena e costumi) aggiungendoci un retrogusto Kafkiano e sovrapponendo il tutto all'interno di un'ambientazione derivante dallo stile di The Twilight Zone ed infine aggiungendoci delle tonalità Horror per suggestionare pubblico ed impressionarlo. Successivamente dopo aver letto la sceneggiatura del primo Blade decise di chiamare David S. Goyer (che aveva anche scritto il dimenticabile seguito di The Crow dello stesso Proyas) per la sceneggiatura, questo portò però ad un ammonimento da parte della Writers Guild of America per i troppi scrittori che venne poi accantonato. Inizialmente lo script prevedeva come protagonista un Detective che cercava di risolvere il caso, ma avanzando nello sviluppo narrativo s'inserirono altri personaggi ed il regista non volle lasciarsi scappare la possibilità di una narrazione da più punti di vista difatti alla fine il protagonista si ritrovò essere ricercato da un detective nella bozza finale.




(Notevoli le influenze che vanno dallo schema classico del noir fino alla fantascienza) 

Proyas per la scenografia chiamò il fido Patrick Tatopoulos (che ora lavora spesso con Zack Snyder), che sviluppò da zero tutto il concept art del film con il risultato finale che non fu utilizzata nessuna location ma venne tutto creato sul set. La città d'altronde non appartiene come stile a nessun luogo definito visto che si possono notare le tipiche architetture presenti in Europa (come Londra) ma anche In America (come New York), dato che l'intento dello scenografo era quello di creare un luogo al di fuori della realtà ma allo stesso tempo classificabile come una città. Il progetto di produzione comprendeva di base posti oscuri, spirali e orologi dai quali Patrick Tatopoulos creò l'architettura della città per avere una presenza organica degli elementi strutturali non a caso la maggior parte dei luoghi e dei movimenti dei personaggi sono collegati ad orologi e spirali.






Da come avrete capito il film ricrea in modo originale e cita tante pellicole già viste nel corso degli anni: Brazil di Gilliam, Delicatessen e The City of Lost Children di Jeunet e Marc Caro, ma anche del cinema espressionista tedesco come M e Nosferatu ma in particolar modo Metropolis di Fritz Lang ed infine anche al manga Akira di Otomo dove la scena finale di ricostruzione della città (a detta di Proyas) è un omaggio proprio al manga stesso. In particolar modo la pellicola stessa può essere interpretata come il Mito della Caverna di Platone per lo sviluppo narrativo ed la sceneggiatura inoltre è piena di riferimenti (celati) alla mitologia Greca. Il casting per i Stranieri fu molto particolare visto che Proyas chiamò direttamente lo sceneggiatore del musical e del film The Rocky Horror Show per la parte del cattivo principale (Mr. Hand), il personaggio di Kiefer Sutherland (inizialmente doveva essere William Hurt ad interpretarlo) è basato a sua volta su una persona reale ovvero il giudice tedesco Daniel Paul Schreber che oltre ad essere autore del libro Memoirs of My Nervous Illness soffriva di demenza precoce, paranoia, schizofrenia e complesso narcisistico che vennero descritte da lui stesso nel libro citato prima.



(Come il giudice tedesco a cui è ispirato il personaggio nella storia devia su quelle problematiche psicologiche) 

Concludendo, la pellicola visivamente è qualcosa di eccezionale se non addirittura unico nel panorama cinematografico sia degli anni '90 che anche in quello attuale sia per sviluppo che per elaborazione grazie anche ad una bellissima fotografia di Dariusz Wolski che valorizza l'atmosfera noir innalzando già la più che originale scenografia. Difatti la capacità di Proyas alla mdp di creare "quadri" d'autore ad ogni minuto di visione è qualcosa di portentoso. Le atmosfere noir, l'architettura degli edifici, i giochi di luce, i personaggi stessi, le autovetture d'epoca, per farla breve la coreografia, l'impianto generale "visivo" raggiunge risultati eccellenti in cui la stessa scenografia prende vita come un personaggio a se capace di movimenti e gesti. Ovviamente il film non è perfetto, non è un capolavoro ma ci si avvicina molto vi sono delle sbavature che tendono al fumettoso, forse caricaturale negli Stranieri ma del resto Proyas è lo stesso regista del Corvo per cui evidentemente ha risentito molto di quella sua precedente opera. Piccola menzione per il bel cast oltre ai già citati O'Brien e Kiefer (che sono quelli che hanno offerto la miglior prova attoriale grazie anche ai personaggi molto sviluppati a livello di sceneggiatura) si possono trovare: un William Hurt versione detective di Chandleriana memoria, due bellissime e talentuose attrici come Jennifer Connelly (sempre perfetta nei tempi drammatici) e Melissa George (quest'ultima mette davvero in mostra tutta la sua bellezza nonostante il poco minutaggio) ed infine  Rufus Sewell che risulta molto credibile nella parte del protagonista (nonostante i limiti di caratterizzazione di esso a causa dello script).


(Un gran bel cast di caratteristi si è scelto Proyas) 


(Menzione d'onore per lo scontro finale in stile Scanners di Cronenber potenziato al limite massimo  del telecinetico) 

venerdì 27 ottobre 2017

Awakenings (1990) Le cose che contano

Penny Marshall dirige questo efficace dramma clinico (il suo miglior film), la cui sceneggiatura è firmata dal grande Steven Zaillian che a sua volta è basata sui ricordi e l'esperienza del neurologo britannico Oliver Sacks (chiamato Malcolm Sayer nel film) raccolte in un suo libro omonimo. Sacks nel 1969 applicò un farmaco sperimentale che, normalmente, veniva usato per i malati di morbo di Parkinson (l' L-dopa, una dopamina sintetica) sui sopravvissuti dell'epidemia di encefalite letargica scoppiata dal 1917 al 1928. Il risultato fu stupefacente i pazienti si risvegliarono dal loro stato catatonico in perfette condizioni ritrovandosi cosi catapultati nella realtà.


Di base si può definire un film confezionato apposta per l'Academy, ma questo non deve far sviare dallo sviluppo narrativo, il tipico: Evento drammatico/ Soluzione/ Ritorno al dramma perché tale escalation non era molto tipica al tempo e quindi surclassa le tipiche mancanze date da un prodotto drammatico dai tratti buonisti perché non rientra in tale definizione almeno non ampiamente. La regia non è ricercata ma solida che ben interagisce con la fotografia di Miroslav Ondricek e la bellissima colonna sonora di Randy Newman. Punto focale della sceneggiatura non è l'introspezione clinica (un vero peccato, il film ne avrebbe guadagnato) ma il duetto tra due grandi attori come Robin Williams e Robert De Niro i quali s'immedesimano con una naturalità estrema (De Niro molto credibile ed intenso nella fasi catatonico/normale/schizofrenico e Williams perfetto nella sua pacatezza medica) nelle loro parti e reggendo i tempi come solo due professionisti come loro sapevano fare.


(I pilastri sui quali si regge tutto il film, non scherzo)
Il resto del cast regge e fa da supporto degnamente da citare in particolare: il supporto di Julie Kavner e John Heard,  purtroppo la bella Penelope Ann Miller risente del limite impostogli dal suo personaggio nella sceneggiatura (troppo forzata nella storia in quanto buonismo a buon mercato) ma comunque credibile, senza contare poi ospiti d'eccezione come Max von Sydow ed l'artista jazz Dexter Gordon senza contare poi le comparsate di Peter Stormare e di un Vin Diesel che era ancora lontano dall'uomo d'azione e testosterone del 2000.



(Un cast interessante tra comparsate e attori)

Penny Marshall alla camera di "Risvegli" è faticosamente criticabile; i film che nascono su apposite argomentazioni sono da premiare, passi pure qualche (presunta) diramazione retorica. Se proprio vogliamo trovarci delle critiche si potrebbe dire che è un po' troppo retorico, come ho citato prima, e che la seconda parte della storia è stata sfruttata molto meno della prima. Non siamo quindi alla poesia di "Qualcuno volò sul nido del cuculo" ma resta comunque un film che ha molto da dire e diciamo pure da insegnare, a tratti zuccheroso e strappalacrime come da regola (in ogni caso meno della media), ma anche toccante e profondamente umano; in opere del genere, questo è quello che conta di più.

  ( Dici bene Bob, dici bene )

giovedì 26 ottobre 2017

Body Double (1984) Thriller Voyeuristico

Parlare di Brian De Palma (tra i miei preferiti ve lo dico già), è come parlare del virtuosismo fatto cineasta e della continua ricercatezza di contenuti e di rimandi al cinema classico ma sotto la lente d'ingrandimento della settima arte moderna come esposizione ed evoluzione e satira. Body Double (Omicidio a Luci Rosse in Italia) nasce da un fatto molto controverso e da delle critiche subite dallo stesso De Palma per Dressed To Kill dove l'attrice Angie Dickinson fu sostituita (Body Double, la controfigura appunto) per una scena di nudo. La trama è molto semplice: fra i molti attori che lavorano a Los Angeles vi è anche Jake Scully, un simpatico giovanotto che un giorno viene sul set licenziato dal suo ruolo (di vampiro), perché soffre di claustrofobia. Disoccupato ed in attesa di un'altra parte, egli accoglie l'offerta di Sam, un collega, che lo installa nella stupenda casa di un altro attore, in viaggio per il mondo. La casa, che è su di un'altura (nella realtà la Cromosphere, creata dall'architetto John Lautner) si trova in una posizione straordinaria e di lassù, grazie ad un potente telescopio, Scully per di più può ammirare tutte le sere una bellissima donna.

Molti aspetti dei film di Brian sono riconducibili subito dal titolo ad effetto, ma che è anche ambivalente in questo caso Body Double oltre che intendere la figura sta per “corpo doppio”, “un duplice corpo” e, volendo, anche un “corpo sosia". Dualismo metacinematografico anche nel nome del personaggio interpretato dalla bella Melanie Griffith nel film, Holly Body cioè "sacro corpo" ma anche "corpo Hollywwodiano". Il “corpo doppi(at)o” con cui il protagonista viene ingananto, quindi, è il cardine e l’intera architettura del film connessa direttamente con il tema dell’identità, ed in particolare di come essa viene costruita e percepita.



(Da vampiro a guardone ed infine pornostar il passo è breve nella Hollywood di Brian De Palma)


De Palma quindi nella sua opera vi applica temi molto ricorrenti al suo cinema ma anche le continue citazioni al sommo Hitchcock dato che la claustrofobia del protagonista (come Scottie con la acrofobia in La donna che visse due volte) e il suo spiare con lo telescopio la donna (come in Rear Window) sono classici temi del regista britannico. La ripetizione di una determinata grammatica per Brian De Palma significa garanzia di qualità e intrattenimento, ma soprattutto Body Double da la sensazione che l'analisi teorica del regista americano nei confronti del suo maestro britannico non sia ancora finita.


(Un riferimento a Hicthcock preso a caso dalla pellicola)

In definitiva potete trovare un'ottima sceneggiatura (co-scritta assieme a  Robert J. Avrech da De Palma), da puro thriller/giallo malato, per via degli elementi nevrotici e ossessivi onnipresenti, lo stile è nevrotico, il protagonista è un totale nevrotico alla ricerca della soddisfazione dei sensi, non agisce tramite una precisa logica, agisce guidato dalle nevrosi e dalle voglie più nascoste. Interessanti anche gli elementi metacinematografici di critica ad Hollywood.



(La ripetizione dell'immagine, del doppio è cosa comune nella filmografia di De Palma)

Bella l'atmosfera sporca ma anche pulita allo stesso tempo che il film riesce a creare, tipica dei thriller del periodo, una discreta quantità di sangue e una fotografia abbastanza cupa da creare timore (merito di Stephen H. Burum). La suspense ovviamente è presentissima, in moltissime scene, De Palma è un maestro in questo e ci regala sequenza indimenticabili, su tutte il piano sequenza del pedinamento, il bacio sulla spiaggia (con la rotazione a 360 dei soggetti come in Blow Out) ed in particolare la scena dell'omicidio (la preferita di Bateman in American Psycho) volutamente sopra le righe e ben alternata dal montaggio concatenato (merito di Jerry Greenberg e Pill Pankow).


(Metafora visiva molto simbolica del femminicidio)

Ultime cose da citare la bellissima colonna sonora di Pino Donaggio che si fa sempre sentire sia nei momenti delicati che in quelli di tensione. Il cast anche se non di prima qualità (in quanto nomi) offre delle belle prestazioni partendo da un Wasson molto credibile e tormentato passando per una bellissima ed incantevole Deborah Shelton (proveniente dalla serie di Dallas) ed infine senza dimenticarsi di Melanie Griffth (all'inzio il regista voleva per la parte la pornostar Annette Haven) ben a suo agio nei panni (pochi) della pornostar ochetta che offre anche una giusta dose di leggerezza nello sviluppo narrativo. Da citare anche il buon Dennis Franz, attore feticcio del regista che qui interpreta una versione del regista stesso, ed inotre la comparsata speciale dei Frankie Goes to Hollywood che animano una sequenza del film con la loro famosa traccia Relax.

mercoledì 25 ottobre 2017

Polytecnique (2009) Il mondo appartiene alle donne

6 dicembre 1989: Marc Lépine entra all'interno dell'École Polytechnique di Montreal e uccide a colpi di fucile 14 studentesse, prima di togliersi la vita. E' il peggior school shooting della storia del Canada.


Sei anni dopo "Elephant" ecco un'altra visione molto autoriale su una delle tante tragedie scolastiche avvenute in questo secolo. Molto diverso da quello di Gus Van Sant, nonostante il tema trattato sia quello. La visione di questo progetto cinematografico è destinata ad un pubblico maturo, ossia a quello spettatore predisposto alla cupezza dell'animo; non ci si imbatte per caso in film del genere. Traspare con "Polytechnique" un'amarezza di fondo, non solo l'atrocità corporale e scenica, ma la tristezza interiore. La miseria e la pazzia umana.


Villeneuve, talento cristallino, collaborando alla sceneggiatura con Jacques Davidts e Leca mette in atto una messa in scena che evita di scomodare troppi esercizi di stile alla telecamera ed in particolare scegliendo di non dare la motivazione del killer efferato se non fosse altro che per la lettera iniziale. Il Cinema capisce che non può, e neanche deve, trovare una spiegazione razionale. Villeneuve si limita a citare il delirante "testamento" di Lépine sull'odio per il femminismo, ma da regista intelligente capisce l'insensatezza di andare a scavare nel passato (seppure difficile) dell'assassino come alla ricerca di un "significato" che non ci sará mai.




(Nessuna motivazione, non c'era per gli assassini di Columbin, la forse cercata Gus Van Sant? E non vi è anche qua)

La regia è curatissima, riprendere il quadro di Guernica fatto da Picasso è una scelta che non stona visto l'evolversi degli eventi come del resto citare a livello narrativo il fenomeno riguardante l'entropia. Oltretutto la poca durata e il bianco e nero offrono qualcosa che non si poteva immaginare a livello concettuale, visto che intensificano il significato dell'opera e la violenza non viene edulcorata o nascosta. Menzione per la dicotomia avvenuta nei protagonisti che in tutti e due i casi mostra cosa può accadere alla mente umana dopo esser sopravvissuta a fatti del genere. Da citare l'incipit iniziale, il bellissimo monologo frontale e la plongée sul corpo esamine del killer dove il suo sangue si mischia a quello del tanto odiato genere femminile (scelta molto artistica devo dire). Valida anche la narrazione, attraverso gli occhi di tre interpreti efficaci, si percorrono i fatti andando avanti e indietro senza mai ridurre il pathos. Attori e attrici degni del ruolo che devono interpretare senza eccedere ma supportando il peso divistico narrativo.



(Karine Vanasse è Valérie e Évelyne Brochu è Stéphanie)


 (Metaforica la posizione e la messa in mostra del quadro di Picasso, che rappresenta l'orrore ed il massacro, in mezzo a due pittori che hanno sempre esaltato le figure femminili e della donna in generale come Klimt, a sinistra con Il Bacio, ed in particolare Egon Schiele, a destra con  Edith)


(Il sangue di carnefice e odiata vittima che si cercano e si mescolano inesorabilmente sul pavimento)




" Se avrò un maschietto gli insegnerò ad amare. Se sarà una femminuccia le dirò che il mondo le appartiene. "

Una chiusa forte, una presa di posizione netta. Anche una lucida intuizione: uomini e donne hanno bisogno di un'educazione sentimentale. Se il bambino deve poter amare, la bambina deve poter pretendere d'essere amata. Si sta parlando di Amore nell'accezione meno inflazionata: corrispondenza di comprensione, tolleranza, partecipazione. È un sentimento che la maternità, anche solo potenziale, accende per natura. In questo senso il mondo appartiene alle donne. Ed è la ragione per cui la protagonista femminile del film, rimasta incinta, sopravvive alla tragedia. Pur essendone intimamente demolita, incasella una simile forma d'odio come qualcosa altra da sé, tale che non la intaccherà mai del tutto. Si tratta di una convinzione più che di una certezza, ma è solida abbastanza da reggere un'intera esistenza. Il protagonista maschile invece è devastato da un senso di responsabilità apparentemente irrazionale. Non tollera la testimonianza d'un gesto di disprezzo così feroce, poiché quel disprezzo è ai suoi occhi un male tentacolare dal quale egli stesso può essere inquinato. È sopraffatto dallo scandalo, ovvero dalla sorpresa di una verità ripugnante.



Detto in soldoni, in 75 minuti di pellicola, Villeneuve ci regala del vero cinema.