Rampage (1987) Il vampiro di Sacramento aka Bloodhunter, di William Friedkin
Il vampiro di Sacramento aka Bloodhunter di William Friedkin è un'opera a dir poco magnetica. È estremamente interessante notare come "Billy" venisse all'epoca da ben tre divorzi: un vissuto biografico che si riflette direttamente sulla sceneggiatura, dato che il personaggio interpretato da Michael Biehn attraversa una dolorosa crisi coniugale con la moglie, interpretata da Nancy Van Valkenburgh, proprio nel bel mezzo della vicenda.
Il film si configura a tutti gli effetti come una versione molto più orientata al legal drama rispetto al coevo Manhunter di Michael Mann. Eppure, nonostante la forte componente processuale, il focus non si sposta mai dall'obiettivo principale del regista: analizzare il male nella sua essenza più pura e assoluta, esattamente come accade in ogni grande pellicola di Friedkin. Liberamente basato sulla vera storia del serial killer Richard Chase, il lungometraggio ne rielabora i fatti riportando su schermo i temi cardine (e alcune sequenze visive) tipici del cinema friedkiniano, sospeso tra ossessione psicologica e ambiguità morale. Certo, a tratti la narrazione può apparire priva di mordente, soprattutto a causa della scelta di evidenziare ripetutamente determinati tecnicismi legali e procedurali. Questa ridondanza viene però ampiamente compensata da una visione incredibilmente intensa del dramma intimo del protagonista e dalla rappresentazione della totale, agghiacciante follia del killer, interpretato da un gelido Alex McArthur.
La vera chiave di volta critica dell'opera risiede tuttavia nella radicale divergenza tra i suoi due montaggi, che trasforma Rampage in un affascinante film "politico" che ha vissuto due vite. L'originale del 1987 (rimasto a lungo inedito a causa del fallimento della casa di produzione) si presentava come un thriller psicologico ambiguo e distaccato, che lasciava aperto il dibattito morale sull'infermità mentale. Al contrario, la versione definitiva del 1992, interamente rimontata da Friedkin prima dell'uscita americana, ne stravolge l'epilogo e il baricentro ideologico. In quei cinque anni di limbo, i sentimenti del regista sulla pena di morte erano infatti mutati: Friedkin abbandona l'imparzialità iniziale per firmare un duro e dichiaratissimo manifesto a favore della pena capitale, modificando il destino del killer con un finale decisamente più perentorio e privo di sfumature concilianti.
Aver visto la versione originale del 1987 regala quindi una preziosa sfumatura in più alla filmografia del regista, svelando la natura più pura, complessa e sfaccettata del suo cinema d'indagine. A coronare il tutto interviene la colonna sonora di Ennio Morricone, che si adagia magnificamente sul ritmo narrativo esaltandone la tensione latente, supportata dalle ottime interpretazioni di un cast in stato di grazia, capace di restituire al meglio la complessa idea teorica alla base di una pellicola sfortunata ma imprescindibile.












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