Universal Soldier: Day of Reckoning (2012) Il talento del regista John Hyams


Il talento del regista John Hyams è una rivelazione: figlio d'arte, sì, ma dotato di una classe d'altri tempi. Lungi da me pensare che un film concepito per il mercato direct-to-video (o per lo streaming) potesse oggi vantare una qualità così eccelsa e stratificata. Al suo interno, infatti, coesistono e dialogano spinte artistiche incredibili: il surrealismo del periodo digitale di David Lynch, la bieca quanto diretta violenza di S. Craig Zahler, l'organismo truculento e onirico del Nicolas Winding Refn post-Bronson, il body horror viscerale di David Cronenberg, la perfida e nichilista efferatezza della New Wave francese e le meccaniche di quel transumanesimo che le sorelle Wachowski hanno innestato nel cinema americano da Matrix in poi. 



Nemmeno il creatore originario di Universal Soldier avrebbe mai potuto immaginare un tale atto finale. L'opera va ben oltre il cinema di genere dell'epoca; si impone come un unicum contemporaneo di fronte al quale persino la saga di John Wick, con tutta la sua stilizzazione, finirebbe per arrossire, superata da un approccio all'action così diretto, spietato e contaminato da fortissime sfumature horror. Se da una parte, nel terzo atto, sembra di addentrarsi nei territori di Cuore di tenebra secondo la lente allucinata di Francis Ford Coppola, con un Jean-Claude Van Damme in uno ieratico formato Colonnello Kurtz e un Dolph Lundgren che porta sullo schermo tutto il peso divistico e la decadenza che gli si convengono , dall'altra non si può rimanere indifferenti di fronte a una continua, ipnotica escalation di violenza che prende piede in tutte le sue forme, geometriche e psicologiche. Se le due icone storiche della saga timbrano il loro cartellino a colpi di sangue e carisma, un immenso Scott Adkins dimostra di possedere la presenza scenica e la fisicità necessarie per caricarsi sulle spalle un ruolo così brutale e stratificato. 



A tratti sembra quasi di orbitare intorno alle false esistenze degli androidi di Philip K. Dick in Blade Runner, o di perdersi nei lavaggi del cervello e nelle derive paranoiche di The Manchurian Candidate. Ma questa, sia chiaro, è solo un'ulteriore sfumatura filosofica che la pellicola può permettersi il lusso di esplorare grazie alla mano di un regista dal talento cristallino. Con John Hyams forse abbiamo trovato il vero erede di Tony Scott nella sua accezione più puramente "di genere": un autore che meriterebbe di sperimentare su palcoscenici ancora più imponenti, magari prendendo le redini di immaginari iconici come Terminator, Scream o l'universo cinematografico del Metal Gear Solid di Hideo Kojima. Fatto sta che un gioiello di questo valore, in un'operazione sulla carta minore, non me lo aspettavo di certo.




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