Wyatt Earp (1994) il ritratto intimo e solenne di un eroe d'altri tempi
Anche se si rivela essere un inno incommensurabile al proprio ego da parte di Kevin Costner, qui nella sua veste più tipica di "divo americano" intento a fagocitare una delle figure più leggendarie, abusate e iconiche della storia del West, non si può dire che questo non sia un buon film. Questa pellicola si aggiunge alla lunga lista di interpretazioni in cui Costner ha cercato di cucirsi addosso lo status di eroe d'altri tempi, un'operazione che risponde più a un'esigenza personale di autocelebrazione che a una reale necessità di genere.
Arrivando nelle sale appena un anno dopo il già più che iconico, e indubbiamente più fluido e riuscito, Tombstone di George P. Cosmatos, il confronto era inevitabile e, per molti versi, impietoso. Eppure, l'opera conserva una sua maestosa dignità. Lawrence Kasdan, alla regia, dimostra una mano solida e qua e lai mette in scena sequenze sorrette dalla giusta visione cinematografica. In particolare, la sua ricostruzione della celeberrima sparatoria all'O.K. Corral è un gran vanto di tecnica cinematografica e verosimiglianza storica. Laddove altri registi hanno preferito il mito e la spettacolarizzazione, Kasdan sceglie la strada della realtà nuda e cruda, regalandoci una delle versioni più tese, sporche e veritiere di quel fatidico scontro. Tuttavia, l'elefantiaco minutaggio complessivo e la centralità quasi asfissiante concessa a Kevin Costner finiscono per fagocitare la narrazione, diminuendo in parte il valore finale dell'opera e appesantendo un binario che avrebbe beneficiato di una maggiore coralità.
Il livello tecnico complessivo è altissimo e rappresenta il vero fiore all'occhiello della produzione e che di sicuro ha fatto scuola a Costner per il recebte Horizon. Ci troviamo di fronte a un cast di grandi nomi in cui spiccano la monumentale presenza di Gene Hackman nei panni del patriarca Nicholas Earp, la straordinaria e sofferta trasformazione di Dennis Quaid come Doc Holliday, affiancati da interpreti eccellenti come Michael Madsen, Isabella Rossellini, Jeff Fahey, Jim Caviezel, Catherine O'Hara,Tom Sizemore e Bill Pullman. Questa eccezionale squadra di comprimari è capace di donare spessore anche alle linee narrative secondarie. La fotografia pittorica di Owen Roizman, la colonna sonora epica di James Newton Howard e un montaggio pur sempre rigoroso di Carol Littleton si dimostrano all'altezza della situazione in più di un'occasione. Il vero tallone d'Achille va ricercato invece nella sceneggiatura: lo script soffre di troppi tempi morti e di passaggi eccessivamente lenti nella sua evoluzione drammaturgica, dilatando il racconto oltre il necessario nel tentativo di coprire l'intera vita del protagonista. In conclusione, si tratta di un'opera che merita di essere vista, capita e apprezzata, ma sempre accettando i suoi limiti evidenti, figli di un cinema d'altri tempi che viaggiava sul delicato filo rosso tra l'ambizione artistiche e l'autoindulgenza della sua stella principale.



















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