giovedì 30 novembre 2017

Talk Radio (1988) Barry Champlain contro l'America


Altra pellicola in cui lo stile di Stone si mostra a 360 gradi, Il film è tratto dal libro Talked to Death: The Life and Murder of Alan Berg di Stephen Singular e dall'adattamento teatrale dell'omonimo sceneggiato dello stesso Bogosian, il quale prende parte alla pellicola come attore e sceneggiatore assieme a Stone. Che Talk Radio sia tratto da una pièce teatrale lo si capisce fin dai primi minuti: molto dialogo, pochi movimenti, battute a raffica, il protagonista dominatore di un ristretto palcoscenico inoltre la scenografia fu ad opera dell'italiano Bruno Rubeo.


Un film hollywoodiano fuori dagli schemi convenzionali, un prezioso esempio di rigore stilistico e intensa drammaticità. La storia fa perno sul conduttore odiosamato di "Voci nella notte",programma radiofonico a microfono aperto di una stazione radio locale. E' il ritratto sfaccettato di un personaggio contraddittorio, affascinante ed egocentrico, immersi nell'allucinante America degli anni 80 con un'analisi eccitata dell'odio razziale e antisemita. Un film scomodo e allo stesso tempo imperdibile; è l'occasione per Stone di approfondire sullo schermo il fenomeno dei talk show, considerato all'epoca una vera e propria valvola di sfogo sociale, assurda cassa di risonanza per incontrollate espressioni di ansie, cinismo e banalità. Definire la pellicola un pugno nello stomaco a questo punto mi sembra quasi riduttivo, ma siamo davanti ad un capolavoro in pieno Stone-style: claustrofobico ed estremamente coinvolgente, il film snocciola le quasi due ore di durata dentro uno studio radiofonico, con il regista spesso impegnato a riprendere il protagonista da più' angolature con una telecamera in continuo movimento nelle telefonate più concitate.



Assolutamente strepitoso Eric Bogosian (scrittore della coraggiosa piece teatrale da cui il film e' tratto) attore di poco successo ad Hollywood, ma qui assolutamente devastante tra tutto il monologo finale è qualcosa che poche volte si vede al cinema. Tutto il resto del cast supporta in modo corale il protagonista con ottimi risultati da Baldwin fino alla Green, da citare la parte caratterizzata da Wincott che come al solito regala un personaggio fuori dalle righe. La colonna sonora composta da Stewart Copeland (il batterista dei Police) accompagna tutta questa pièce teatrale da grande schermo senza mai rovinare i dialoghi o creando confusione, ma supportando la pellicola insieme alla regia.



Dracula: Dead and Loving It (1995) Il Dracula di Mel Brooks


Ultima pellicola diretta da Mel Brooks il quale prende anche parte alla produzione ed alla sceneggiatura assieme a Rudy De Luca e Steve Haberman i quali sono anche autori del soggetto di partenza. Ottimo comparto tecnico: dalla evocativa ed efficace colonna sonora composta da Hummie Mann, passando per i costumi e la scenografia di Dodie Shepard e Roy Forge Smith sempre in tono con l'ambientazione che si vuole mettere in scena; senza scordarsi del mai prolisso montaggio di Adam Weiss ed alla fotografia di Michael D. O'Shea che rende stupendamente l'idea del genere a cui fa il filo l'ultima fatica di Mel Brooks. Film, purtroppo, erroneamente messo tra i minori del regista e sicuramente da rivalutare vista l'ottima tempistica nella comicità, che adesso fa ancora invidia a molti sceneggiatori e registi. Forse vi è da dire che non è totalmente riuscito, visto che riesce anche a spaventare ma questo mette in risalto ancora di più il lavoro fatto alla scrittura della sceneggiatura.


Questo film segue abbastanza fedelmente (molto fedelmente, per una parodia) la trama di "Dracula" del 1931 con qualche momento ripreso dal più recente film di Coppola e alcuni momenti, che poi sono tra i migliori del film, aggiunti per creare effetto comico; che si avvale di ottimi interpreti su tutti il mitico Leslie Nielsen mattatore assieme allo stesso Brooks (indimenticabile il loro duello all'ultima parola in moldavo) senza scordarsi di un indimenticabile Renfield interpretato da Peter MacNicol. Non male anche il cast di supporto dalla coppia maschile Weber/Korman e per le interpreti femminili: una mai fuori parte Yasbeck ed una sensualissima Lysette Anthony veramente provocante nelle vesti di vampira ed anche molto realistica aggiungerei. Per chi abbia almeno un milligrammo di sense of humor le scene comiche non mancano e sono davvero esilaranti.


mercoledì 29 novembre 2017

Sunshine (2007) 2057: Missione nello spazio



Danny Boyle nel 2007 sbarca sul grande schermo con il suo settimo lungometraggio, un film fantascientifico sontuoso nella forma ma non perfetto nella trama per motivazioni che spiegherò in seguito. Boyle si ritrovò per le mani questo progetto successivamente alla mancata realizzazione su un film chiamato 3000 Degrees, un progetto della Warner Bros. incentrato sull'incendio che nel 1999 distrusse una fabbrica di salsa Worcester in Massachusetts. Boyle ricevette la sceneggiatura di Garland (con cui aveva già lavorato in The Bleach e 28 Giorni Dopo) e ne fu subito colpito tanto da proporla alla Fox, la casa di produzione tenendo conto del successo mancato del remake di Solaris decise di deviarla alla Searchlight (con la quale Boyle aveva gia lavorato) che arrivò al costo di produzione di 40 milioni di dollari grazie al supporto della Ingenious Film Partners.


Boyle e Garland lavorarono ininterrottamente per tre anni (e tre mesi) tra la stesura definita della sceneggiatura e successivamente per la produzione ed il montaggio degli effetti speciali senza contare la durata delle riprese. Il regista ebbe modo di aver piena libertà artistica al prodotto, cosa che si nota visto il risultato, ma purtroppo portò lo stesso Boyle ad ammettere di non voler più rivisitare il genere fantascientifico visto che reputo l'esperienza fin troppo massacrante ma anche costruttiva in vista di progetti futuri.


Da notare sin da subito la ricercatezza attuata per la messa in scena credibile del lungometraggio: furono chiamati tecnici e specialisti NASA e il fisico Brian Cox per permettere un utilizzo credibile a livello tecnologico ed una prova attoriale professionale al contesto nella messa in scena filmica, il cast fu scelto in modo democratico comprendendo varie etnie così da risultare più adatto alla supposizione che tra cinquant'anni (il film è ambientato nel 2057) sia America che Cina fossero quelli avanzati nel viaggio spaziale.


Garland dal canto suo per la stesura della sceneggiatura partì dall'idea in cui il futuro dell'umanità ricadesse sulle spalle di una sola persona, ambientandolo in un'epoca non troppo lontana sia per motivazioni riguardo l'empatia degli spettatori con le tematiche odierne e sia per utilizzare tecnologia all'avanguardia per la quale vari consulenti scientifici, teorici del futuro e produttori di strumentazioni tecnologiche vennero consultati per meglio delineare una strumentazione realistica.



Regista e sceneggiatore presero spunto per la storia (nella lavorazione furono considerati più di 35 idee possibili per lo svolgimento della vicenda) essenzialmente da due fonti: per Garland fu la morte termica dell'universo ed invece per Boyle risultò fondamentale la divulgazione scientifica Breve storia di (quasi) tutto di Bill Bryson. Boyle e Garland poi scelsero (ottimamente) di eliminare qualsivoglia elemento romantico (una scena di sesso tra i personaggi di Murphy e la Byrne fu scartata) visto che poteva risultare "imbarazzante" per il contenuto della storia da raccontare così come la presenza d'ironia.



Il risultato è una pellicola con le carte in regola per risultare un classico della fantascienza del 2000 dove tutti gli elementi sono stati ottimamente calibrati e proposti allo spettatore. Partendo inanzitutto dalla figura del Sole, che viene rappresentato come un elemento divino (ma anche nemico/vittima) dei protagonisti visto che ad ogni frame in cui compare risulta un Titano dall'imponenza galattica e dal severo sguardo che tutte vede e giudica (vedasi la scena in cui si vede Mercurio). Il cast (o per meglio dire l'equipaggio) è perfetto quanto quello di Alien, variegato e caratterizzato nelle giusti inclinazioni della personalità umana senza mai essere troppo fuori dalla righe e senza mai ricadere nela maccchiettistico.


Gli effetti speciali della Moving Picture Company: uniti alla regia di Boyle, alla scenografia di Mark Tildesley, agli scenari di Michelle Day ed infine alla fotografia "solare" di Alwin H. Kuchler rendono grande giustizia allo sviluppo narrativo immergendoti nello spazio e in questa missione per la salvezza dell'umanità. Senza contare poi il supporto di un montaggio molto azzeccato di Chris Gill e ad un accompagnamento sonoro di tutto rispetto con le imponenti composizioni di John Murphy (Adagio in D minore su tutte).


Quindi Garland e Boyle si passano la palla per 90 minuti proponendo un film fantascientifico senza uguali ancora adesso nel 2017 (Nolan e Scott dovrebbero imparare visti i loro discutibili risultati, in particolare il secondo) dove il lavoro svolto sul campo diegetico e non colpisce direttamente senza mai venir meno, la morte di Kaneda rappresenta il massimo apice di tutto il film sia per evoluzione di climax sia per messa in scena credibile. Dove sarà il problema che non rende questo film un capolavoro perfetto alla Kubrick direte voi? Semplice ad un certo punto dopo la perfezione, Garland introduce una variabile forse troppo scontata alla storia. 



Questa variabile è rappresentata dal personaggio intepretato da Mark Strong, il capitano della missione precedente (a quella che stiamo assistendo) che in un delirio di pazzia (simile per certi versi al personaggio di Sam Neill in Event Horizon di Paul W.S. Anderson) da messagero divino fanatico e vendicativo sconvolge la trama mettendola sui binari di un horror/thriller vanificando gran parte del climax creato fino a quel fatidico minuto. Senza contare che ad un certo punto la regia di Boyle si perde in trovate fin troppo sconclusionate a livello visivo per rappresentare questo nuovo nemico e determinate scelte di copione. Fino così ad arrivare ad un bel finale che poteva essere raggiunto in modo migliore senza dover chiamar in causa un cattivo macchiettistico e ininfluente alla trama e al peso divistico che il film si era portato dietro in modo quasi perfetto.


Menzione d'onore al cast: Chris "Cap" Evans riveste bene il ruolo da duro offrendo una bellissima prova dimostrando che anche lui sa essere un grande attore (come poi dimostrerà in London e Snowpiercer), Rose Byrne sfoggiai (oltre alla sua grande bellezza) una recitazione molto toccante per un ruolo femminile molto interessante, Cliff Curtis e Hiroyuki Sanada da grandi caratteristi che sono porgono allo spettatore due personaggi carismatici nonostante la poca caratterizzazione psicologica, Cillian Murphy offre la prestazione più sentita anche perché protagonista della pellicola ed infine la triade restante formata da Michelle Yeoh/Troy Garity/Benedict Wong fanno la loro parte senza proporre nulla di esagerato. Per Mark Strong invece il scorso risulta differente, nonostante una prestazione a livello fisico convincente, il suo personaggio si perde nei fatti negativi citati prima.


In conclusione assistiamo ad un'odissea visionaria con una grazia, stupore e un impatto visivo che richiama un 2001: Odissea nello Spazio per il nuovo millennio con echi del rozzo equipaggio industriale da Alien, l'ecologia de 2002: la seconda odissea, e la sbrogliata sanità mentale di Dark Star.