No Other Choice (2025) Non sono disoccupato, sono in una transizione esistenziale
Il capitalismo uccide (e anche in modo creativo), firmato Park Chan-wook. Ci troviamo di fronte all'ennesima, straordinaria lezione di cinema proveniente dal fronte sudcoreano. Il livello tecnico è altissimo: nella forma certosina e accuratissima dell'utilizzo del mezzo cinematografico, il regista mette in campo espedienti visivi che non sfigurerebbero accanto ai migliori thriller hitchcockiani.
A sorreggere il comparto visivo c'è una sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista insieme al canadese Don McKellar, straordinariamente ricca di sfumature, che non si risparmia niente in termini di cinismo e satira sociale. Il racconto si sviluppa con una struttura circolare nel suo concludersi, ma incredibilmente variabile e imprevedibile nel suo espandersi; Park Chan-wook non tralascia alcun dettaglio. Ma il film di Park, nonostante metta alla gogna il capitalismo con la stessa arguzia, tristezza e buffoneria slapstick che hanno reso Parasite di Bong Joon-ho un fenomeno mondiale, non parla programmaticamente di povertà. Certo, Mi-ri non può più permettersi la carne nella zuppa di noodle che prepara per cena, ma i suoi figli non rischiano certo di morire di fame. Questa è una storia che parla di un sostentamento di natura ben diversa; è una favola nera in stile Looney Tunes su come il capitalismo si imponga nutrendo l'immagine che abbiamo di noi stessi prima ancora di gonfiare i nostri portafogli, fondendo ciò che facciamo con ciò che siamo, fino a renderli interdipendenti.
Quella tipica risata cinica ma profondamente umana, che è il marchio di fabbrica dell'umorismo nero di Park Chan-wook, esplode nella sequenza in cui Man-soo viene letteralmente spogliato della sua uniforme da commesso mentre si licenzia per correre al colloquio con la Moon Paper. Ma focalizzandosi su un arrampicatore sociale di estrazione borghese come Man-soo, No Other Choice evita di scadere nei soliti cliché del bisogno materiale o del vittimismo da trend. Il regista preferisce mettere in scena un dilemma ben più universale e spietato: il dramma di chi radica la propria intera identità all'interno di un sistema che non si farà alcuno scrupolo a sradicarlo dal terreno da un momento all'altro. Il cast è semplicemente in stato di grazia. Lee Byung-hun veste magistralmente i panni di Yoo Man-soo, interpretando ancora una volta il "diavolo" sotto spoglie borghesi: un uomo disperato che, pur di riavere il suo status, scivola in una spirale di lucida e grottesca follia criminale. Son Ye-jin è incantevole e magnetica nel ruolo della moglie Mi-ri, fulcro emotivo della vicenda, mentre è assolutamente da non sottovalutare la straordinaria e teatrale prova di Yeom Hye-ran. A coronare l'opera troviamo una colonna sonora (curata dallo storico collaboratore Cho Young-wuk) utilizzata al bacio con la regia e il montaggio, mentre la fotografia autunnale ed evocativa di Kim Woo-hyung fa il resto, immergendo lo spettatore in un microcosmo tanto elegante quanto spietato.








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