Jeremiah Johnson (1972) Corvo rosso non avrai il mio scalpo!




Un western naturalista (paragonabile come approccio visivo e spirituale al cinema più recente di Terrence Malick) ma anche profondamente revisionista, capace di decostruire i miti della frontiera secondo la sensibilità tipica degli anni Settanta. Sydney Pollack elabora la figura del pioniere e dell'avventuriero utilizzando le coordinate del genere western, senza mai lesinare su una crudeltà che non risulta mai gratuita, bensì tragicamente giustificata dal contesto spietato in cui si muovono i personaggi.



La sceneggiatura, firmata da John Milius ed Edward Anhalt, è dannatamente articolata e si struttura idealmente in due atti speculari: due segmenti che riflettono il bene e il male all'interno della vita selvaggia di montagna, ma che mettono in scena anche l'inevitabile scontro culturale tra individui appartenenti a diverse civiltà. Robert Redford si immedesima fantasticamente nel personaggio, incarnando Jeremiah Johnson da capo a piedi con una recitazione sottrattiva e di straordinaria presenza fisica. Al contempo, gli apporti di caratteristi straordinari come Will Geer e Stefan Gierasch sono calibrati alla perfezione, capaci di alleggerire il dramma regalando il ritratto di inaspettate e memorabili amicizie nate tra le vette innevate. 



La natura, gli uomini, la pace e la violenza coesistono all'unisono in un western caparbio e monumentale, che gode dei paesaggi incontaminati esaltati dalla magnifica fotografia di Duke Callaghan. A coronare l'opera intervengono le bellissime musiche di Tim McIntire e John Rubinstein (spesso accreditato insieme a Ray Molyneaux), capaci di valorizzare ogni singolo fotogramma del girato, elevando il realismo della narrazione a una dimensione epica e mitica. Un capolavoro di solitudine e sopravvivenza.

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