venerdì 23 luglio 2021

Hardware (1990) L'opera prima di Richard Stanley

 


Torniamo a parlare delle opere prime, torniamo negli anni 90, torniamo al genere cyberpunk di cui tempo fa vi avevo citato una pellicola recente (del resto a un Hardware serve un Upgrade no?!) e già che ci sono torno anch'io a scrivere qualcosa per non dimenticare la visione fresca.

Il regista in questione è Richard Stanley, un uomo così fuori di testa che se non avesse il cappello la sua mente scoppierebbe irrimediabilmente, dal Sudafrica con amore (o terrore) viste le sue origini collegabili a un paio di altri membri rinomati della comunità cinematografica che frequentano Hollywood. Stanley aveva già realizzato un cortometraggio post-apocalittico quando era un adolescente, e Hardware nacque da quel film e da altre sceneggiature non prodotte. Alla fine degli anni '80, Stanley aveva accompagnato una fazione guerrigliera musulmana nella guerra sovietico-afghana per girare un documentario la cui esperienza venne riversata nel film. Inizò la pre-produzione di Hardware quasi subito dopo aver lasciato l'Afghanistan. La scena iniziale fu girata in Marocco e il resto del film nella zona est di Londra. Il film era originariamente più britannico, ma la Miramax insistette per avere dei protagonisti americani. Stanley decise inoltre di usare un cast multinazionale per confondere l'ambientazione. Oltretutto vennero sottolineati i temi del fascismo e dell'accettazione passiva dell'autoritarismo, in quanto recentemente uscito dal regime di apartheid del Sud Africa.


Produrre e dirigere un buon film a basso budget personalmente lo ritengo come un gesto eroico, ma nemmeno come qualcosa di impossibile se alle spalle vi è qualcuno con la passione e l’intelligenza necessaria per sfruttare al meglio quel poco che possiede. Molti famosi cineasti hanno iniziato la loro carriera così, dal nulla, come Peter Jackson, mentre altri non hanno mai oltrepassato il varco per uscire dal girone infernale delle nicchie cinefile. Richard Stanley è anche un cineasta conosciuto per un’opera col tempo divenuta di culto tra i nostalgici di un periodo che non c’è più, e che a tutt’oggi rimane la sua opera più celebre: Hardware – Metallo Letale. Questyo film è puro cyberpunk del ’90, ma con il corpo e lo spirito degli anni ’80. La pellicola è truce, sporca e afosa come il suo deserto radioattivo. Il ritmo è lento, i tempi dilatati, a tratti di ferma con dei momenti catartici/lisergici. Se vogliamo cercare un’analogia con qualche altro famoso sci-fi sicuramente il primo titolo che balza alla testa è Terminator di Cameron, ma anche Alien di Ridley Scott, in cui la protagonista femminile (interpretata da una rossissima Stacey Travis) nel terzo atto del film si trova in un pieno confronto con il robot assassino.

(immancabile scena romantica della doccia)

Con l’esperienza ormai radicalizzata degli anni ’80 e la consapevolezza di un’era tecnologica in via di sviluppo, c’era la consapevolezza che queste novità avrebbero sempre di più caratterizzato le nostre vite. Da qui l’idea, quasi l’esigenza, di rappresentare in maniera Orwelliana, un futuro spesso distopico, che di traduce, come da penna dei più illustri autori di letteratura sci-fi, in un’immagine di declino, di sfiducia in una vera evoluzione dell’uomo, dove le multinazionali, le ciclopiche aziende ed inevitabilmente le macchine avrebbero non solo dominato ma gestito l’esistenza dell’uomo. Incredibile come l'allora allora appena 25enne, ma già con un passato nei videoclip per band come i Fields of Nephilim (il cui frontman sarà scritturato per la parte del nomade che in Hardware trova i pezzi del cyborg, senza poi contare le partecipazioni di Lemmy dei Motorhead e Iggy Pop), elabora con grande sagacia questo cult da vhs, con un budget ridicolo ma con una professionalità ed un’estetica d’avanguardia. Il nome del robot, Mark-13 (da cui il titolo tedesco del film M.A.R.K.-13) è un riferimento al Vangelo secondo Marco ("Mark", appunto, come quello del protagonista maschile chiamato Moses, ovvero Mosè). Passo che viene pure citato dal protagonista mentre sfoglia questo vangelo e si ferma proprio al capitolo 13. Ne legge un brano ad alta voce, e in esso troviamo una frase fondamentale per la storia: «nessuna carne verrà risparmiata» (versetto 20).




Hardware è gustosissimo per tante particolarità tecniche: una messa in scena e una fotografia apocalittica che virano sempre sul rosso, con una tendenza alla monocromia. La narrazione si articola in un primo momento in panoramiche desertiche – dove con pochi elementi e poche parole dettate dallo speaker capiamo tutto quel che ci serve – per poi trasferirsi, per la maggior parte del film, negli ambienti chiusi e sporchi di appartamenti semibui. E’ anche per questo che assume rilevanza il personaggio, mai peraltro visibile, del dj radiofonico (il mitico Iggy pop), che oltre ad inserire musica è un vero “predicatore anarchico” che ci aggiorna sugli eventi di cronaca e di attualità, un un’espediente narrativo fondamentale che veicola tutto il film (tra l’altro una strizzatina d’occhio a chi conosce la saga video ludica di Fallout). Troviamo anche situazioni splatter e gore senza fronzoli (ma anche personaggi al limite del sopportabile come lo stalker ciccione). Belle idee nei punti giusti, dove la pellicola lo necessità. Non manca nemmeno una fase lisergica e spirituale nella scena finale, dove il protagonista, avvelenato dal cyborg, attraverso un’allucinata fase post-mortem cosciente, entra in comunicazione con la ragazza tramite un percorso psichedelico caratterizzato dal linguaggio della macchina e quello dell’aldilà, per aiutare a salvarla. A coadiuvare il tutto, ci pensa una soundtrack da intenditori, che si amalgama perfettamente con l’atmosfera post-apocalittica, dandogli quel tocco fuori dagli schemi che unisce aggressività e melanconia, sfruttando il binomio industrial e wave. Si passa dalla theme iniziale con venature folk del compositore Simon Boswell a guest di rispetto come i Ministry con la devastante “Stigmata” e i PIL con “The order of death”. Da non sottovalutare un’altra guest star, Lemmy Kilmister, nella parte del tassista. Curioso come nella sua autobiografia lui non parlerà bene di questa esperienza cinematografica, muovendo varie contestazioni al regista.



2 commenti:

  1. Fuori di testa sì, basti vedere il suo allucinante (fantastico) ultimo film, questo non scherza e vorrei un'occhiata dare ;)

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    1. È tornato di gran carriera, meno male, una testa pazza come la sua non è da perdere.

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