J'accuse (2019) L'Affaire Dreyfus secondo Roman Polanski


Ne abbiamo letto tutti sui libri di scuola alle superiori: quello di Alfred Dreyfus è stato il caso che ha rappresentato una delle più grandi iniquità di fine '800, nonché uno spaccato chiarissimo dei conflitti ideologici e sociali che avrebbero poi tormentato tutto il '900. Il caso Dreyfus approda quindi sul grande schermo sotto l'accurata regia di Roman Polanski, il quale si permette il lusso di far variare il registro stilistico della pellicola tra il film storico, il thriller spionistico e il courtroom drama (il dramma giudiziario) con la sua solita, algida eleganza.




Tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris, qui anche co-autore della sceneggiatura assieme allo stesso Polanski, il film fa luce a livello cinematografico sui fatti storici, ma scende soprattutto nel dettaglio psicologico delle persone che vi presero parte. Registicamente, Polanski qua e là richiama le sue pellicole più note (viene in mente Il pianista, sia per il contesto drammatico sia per la specifica scena del pianoforte), e denota le sue solite sfumature grigie del fare umano. Non ci sono eroi senza macchia, ma uomini complessi che si muovono tra l'onestà e la profonda corruzione del sistema militare, legislativo e civile francese dell'epoca.



Il cast è semplicemente in stato di grazia. Jean Dujardin fa totalmente suo il ruolo del colonnello Picquart con una recitazione misurata e potente; Louis Garrel è tragicamente convincente nei panni di Dreyfus, e la Seigner si conferma una presenza magnetica, una nota rosa sempre graditissima nel contesto dei film del regista. Non da meno sono i comprimari: Grégory Gadebois, Melvil Poupaud e Mathieu Amalric regalano ottimi personaggi secondari, arricchendo un quadro umano memorabile che culmina nella fondamentale rappresentazione del coraggio intellettuale di Émile Zola.



A supportare questa narrazione c'è un livello tecnico altissimo. Il production design di Jean Rabasse, le musiche avvolgenti di Alexandre Desplat, i costumi d'epoca di Pascaline Chavanne e la fotografia rigorosa di Paweł Edelman immergono lo spettatore nella fase storica a pieno regime, senza mai risultare artificiose o puramente calligrafiche. In definitiva, questo è il perfetto "gioco delle spie" storico secondo Roman Polanski: un autore che, quando vuole, sa sempre azzeccare il soggetto ideale per esaltare il proprio immenso talento dietro alla macchina da presa.




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