K-19: The Widowmaker (2002) Eroismo sovietico
La Bigelow adatta, in uno dei film indipendenti più costosi della storia del cinema, una vicenda che ha fatto da spartiacque tra la tensione diplomatica e la più totale guerra nucleare in epoca recente. Tralasciando l'analisi millimetrica dei fatti storici, la bravura della regista nel dirigere e nel mostrare la forza umana spinta al limite estremo per aver salva la vita, la patria e il mondo intero, è notevole.
Ispirato ai fatti realmente accaduti al sottomarino nucleare sovietico K-19, il primo equipaggiato con missili nucleari balistici, varato nel 1959. L'incidente del K-19, ritenuto dall'URSS un fallimento, venne coperto dal segreto militare e tenuto nascosto all'opinione pubblica per un trentennio, fino alla caduta del Muro di Berlino del 1989. Harrison Ford e Liam Neeson nei ruoli principali giganteggiano, dando vita a un duello attoriale fatto di sguardi e carisma d'acciaio. Tuttavia, non è da meno il restante cast, perfetto nel supportare i molteplici ruoli tecnici e umani all'interno degli spazi angusti del sottomarino. Quello che non sfugge è il dettaglio tecnico, sia visivo che narrativo, nel quale la storia si dipana: la Bigelow sceglie di mostrare, senza pregiudizi, un eroismo sovietico poco citato nei libri di storia post-Guerra Fredda.
Dal punto di vista tecnico, il film è un gioiello di ingegneria cinematografica (solo Petersen, Scott e McTiernan posso vantarsi risultati simili per il genere). La fotografia di Jeff Cronenweth (collaboratore storico di Fincher) utilizza toni freddi e metallici che accentuano il senso di isolamento e il pericolo delle radiazioni. La regia della Bigelow sfrutta magistralmente la camera a mano e grandangoli spinti per muoversi in spazi minimi, rendendo l'ambiente non solo uno scenario, ma un personaggio ostile che opprime i protagonisti. Il montaggio sonoro è altrettanto chirurgico: ogni scricchiolio dello scafo sotto pressione e il ronzio costante dei reattori alimentano una tensione psicologica insostenibile.
L'atmosfera è claustrofobica, quasi soffocante, e la narrazione viene gestita con una maestria che lascia senza fiato. Kathryn Bigelow si conferma una regista "con le palle", capace di maneggiare il cinema d'azione e d'impegno civile con più coraggio e muscoli di tutta la Hollywood commerciale messa insieme.



















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