Patty Hearst (1988) Patricia Hearst non dovrebbe sentirsi in colpa


Come di consueto, Paul Schrader ritrae uno dei suoi tipici personaggi controversi radicati nel cuore del suolo americano. La vita della Hearst parla già da sola, ma la sceneggiatura di Nicholas Kazan delinea un quadro affascinante: un approccio da crime movie anni '70 in cui innocenza, corruzione e redenzione seguono un filo conduttore coeso e, al tempo stesso, discordante (un'ambiguità che si deve in primis alla fonte originale, l'autobiografia della stessa Patricia).




La premessa sembra lineare: una rampolla di una delle più potenti dinastie statunitensi viene rapita da un gruppo di fanatici estremisti, per poi finire indottrinata e complice della stessa cellula, ma ciò che si cela dietro questa transizione, e che il film esplora con lucidità, offre ben altre chiavi di lettura.Patty Hearst è un'opera splendidamente prodotta, narrata interamente attraverso il punto di vista limitato e claustrofobico della protagonista. La regia di Schrader, a tratti rigorosa e stilizzata, si dimostra magistrale nel restituire un'atmosfera scioccante e, al tempo stesso, venata di un umorismo cupo e surreale. Il primo atto è una stupenda fusione visiva: la fotografia tagliente di Bojan Bazelli e il montaggio sincopato di Michael R. Miller lavorano in perfetta sinergia, toccando l'apice formale della pellicola nel descrivere il trauma del sequestro e della cella d'isolamento.



Successivamente, l'opera si assesta su binari di genere più convenzionali, muovendosi tra il crime movie e il courtroom drama (il dramma giudiziario). Pur non approfondendo queste formule quanto ci si aspetterebbe, una scelta che in parte mina l'eccezionalità dell'atmosfera iniziale, il film mantiene intatto il suo magnetismo. Il successo dell'operazione poggia inevitabilmente sulle spalle del cast. Natasha Richardson è straordinaria nel ruolo principale: affronta una parte complessa, stratificata e volutamente priva di risposte facili, addentrandovisi con una sensibilità che riempie ogni vuoto di scrittura. La sua interpretazione ci restituisce una Patty isolata e paralizzata, che si ritrae fino a diventare un'osservatrice invisibile, una ragazza violata nella mente e nel corpo che smarrisce i confini della propria identità. Accanto a lei, Ving Rhames tratteggia un leader ribelle carismatico e imponente, affiancato da caratteristi eccellenti come Frances Fisher e William Forsythe, che arricchiscono il quadro di sfumature memorabili.Il caso Hearst è una storia prettamente americana, un cortocircuito mediatico e sociale che prima di Schrader era già emerso nella cultura pop.



Impossibile non pensare a Network (Quinto Potere) di Sidney Lumet, che ne cannibalizzava la dinamica attraverso un sottotesto satirico ed esilarante sulla spettacolarizzazione del terrorismo. Schrader, tuttavia, era il cineasta più adatto a tradurre questa vicenda in cinema d'autore, poiché da sempre ossessionato dall'isolamento morale e dai corpi prigionieri. Patty Hearst si unì alla S.L.A. (Symbionese Liberation Army) di sua spontanea volontà, per reale convinzione ideologica, o stava semplicemente cercando di salvarsi la pelle? Il film suggerisce la risposta più disturbante: nelle condizioni di totale deprivazione in cui versava, non vi era alcuna differenza. Diventa il manifesto perfetto e tragico della Sindrome di Stoccolma, dove la sopravvivenza coincide con l'annullamento di sé.



Per la doverosa nota di cronaca: nel gennaio 1979, il presidente Jimmy Carter commutò la pena a sette anni di prigione inflitta alla Hearst per rapina in banca, permettendole di uscire dopo aver scontato 22 mesi. Il 20 gennaio 2001, nel suo ultimo giorno di mandato, il presidente Bill Clinton le concesse infine il pieno perdono presidenziale, chiudendo definitivamente uno dei capitoli più bizzarri e affascinanti della cronaca giudiziaria americana.




Commenti

  1. Sono così vecchio da aver memoria di quei fatti... e penso che la Hearst non potesse che finire per credere alle idee dei suoi rapitori... almeno fino a che rimaneva con loro.

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