Network (1976) Quinto potere, di Sidney Lumet
Definirlo un film lungimirante sarebbe riduttivo: per come tratta i temi che vuole sviscerare, sembra sempre attuale, nonostante sia uscito ormai cinquant'anni fa. Guardandolo viene subito in mente quello che Stanley Kubrick ha fatto con Il dottor Stranamore: la ferocia della satira è la stessa. Tuttavia, Sidney Lumet e Paddy Chayefsky attraverso la pellicola offrono spunti diversi, analizzando i poteri forti tramite un diverso mezzo di comunicazione. Non si tratta di un attacco alla televisione come istituzione in sé, ma di una metafora universale espressa tramite un dramma iperrealistico.
L'industria dell'intrattenimento satireggia sè stessa e ciò che ne deriva è orchestrato così bene, è visto in modo così nitido ed è presentato in modo così spietato da lasciare tramortiti.Nessun anticipatore del futuro, nemmeno George Orwell, ci ha mai visto giusto come Chayefsky quando scrisse la sceneggiatura. Se mettete oggi Quinto potere (Network) nel vostro lettore DVD, vi sentirete come se fosse stato scritto la settimana scorsa. La mercificazione delle notizie, la svalutazione della verità e la dittatura dell'audience sono diventate parte integrante del nostro attuale modo di vivere, anticipando l'era delle fake news e dei populismi mediatici.
Lumet si dimostra un chirurgo della regia, supportato magistralmente dal montaggio di Alan Heim, straordinario nel rendere fluida e continua la celebre scena di sesso che, sebbene girata in più riprese, sembra scorrere in un unico, soffocante take, e dalla fotografia di Owen Roizman. Quest'ultimo adotta uno schema d'illuminazione magistrale in tre fasi: si passa da una luce "naturalistica" all'inizio, a una "realistica" negli studi, fino a una spietata luce "commerciale" che ricalca gli spot televisivi, capaci di fagocitare l'umanità dei personaggi per metterla in scena come merce monumentale. Gran forza del film è un cast in stato di grazia.
Troviamo una splendida quanto iconica Faye Dunaway, gelida incarnazione del cinismo aziendale (personaggio splendidamente modellato sulla figura della produttrice Lin Bolen), e un carismatico William Holden, che incarna la dolente transizione di una vecchia etica giornalistica ormai al tramonto. Peter Finch scrive la storia del cinema e della sua stessa carriera con una prestazione folle e messianica nei panni di Howard Beale, il cui urlo di rabbia devia il destino dell'opera. Accanto a loro, una memorabile Beatrice Straight offre un'intensità devastante in pochissimi minuti sullo schermo (scena che poi verrà richiamata nell'ultimo film di Lumet), mentre Ned Beatty regala un monologo spettacolare e terrificante sulla globalizzazione corporativa. Infine, anche Marlene Warfield non è da meno (mitica la sclerata con la ribelle bianca fanatica), incarnando perfettamente le derive grottesche dei compromessi ideologici pur di ottenere uno spazio in prima serata. Un capolavoro totale che non ha perso un briciolo della sua forza d'urto originaria.









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