Il mestiere delle armi (2001) Quis fuit horrendos primus qui protulit enses?


Un inno sepolcrale, solenne quanto funereo, che racconta la fine di un'epoca e l'irrimediabile inizio di un'altra. La citazione iniziale nei titoli di testa del poeta romano Albio Tibullo agisce come un epitaffio che si posa sugli ultimi giorni di Giovanni delle Bande Nere (al secolo Ludovico di Giovanni de' Medici), i quali vengono narrati muovendosi fluidamente tra diversi piani temporali.



Il mestiere delle armi lascia un segno speciale nello spettatore e ci ricorda, oggi più che mai, che esiste ancora un Cinema con la C maiuscola. Un cinema che va oltre la televisione, oltre la sceneggiatura puramente commerciale e ben congegnata, oltre il blockbuster (genere che proprio in quel periodo storico stava ritrovando nuovo e prepotente vigore). Quello di Olmi è un cinema ricercato, austero, che non concede nulla allo spettacolo fine a se stesso ma non toglie nulla all'intensità emotiva, realizzando una fusione calda e indissolubile tra anima e immagine. La fotografia è pura arte: dipinge veri e propri quadri rinascimentali, dove la luce naturale, i fumi, la nebbia, la neve e il gelo fustigano i corpi e mostrano la brutalità della storia. Ad accompagnare questo calvario visivo vi è la colonna sonora di Fabio Vacchi, che riveste ogni inquadratura di un'aura sacrale. La violenza è costantemente presente, ma viene mostrata in modo tanto artistico quanto spietatamente reale; il leader ferito sul letto di morte non è diverso, nella sua miseria umana, dai soldati semplici che bruciano un crocifisso ligneo solo per riscaldarsi.



Per descrivere l'orrore della guerra il regista non ha bisogno del sangue o del gore gratuito. La vera sofferenza traspare dal freddo che penetra nelle ossa, dalla fame atavica e dal peso insostenibile delle armi e delle armature trascinate a fatica sulla neve della Pianura Padana. I falconetti del generale Georg von Frundsberg, con il dettaglio iconico del suo cappio d'oro, segnano il definitivo tramonto di un'era. Il Medioevo, l'età dei cavalieri e l'illusione dei loro castelli sono ormai finiti, spazzati via sotto i colpi della tecnologia bellica dei cannoni, capaci di mettere presto fine ai lunghi e logoranti assedi feudali. Giovanni lotta e muore per il vecchio Stato Pontificio, un sistema ormai decadente di fronte all'avvento dello Stato moderno e delle nuove monarchie nazionali. Il cast è vario e ben orchestrato, ma è il compianto Hristo Jivkov a rivelarsi l'ideale protagonista: la sua figura è magnetica e carismatica tanto sul campo di battaglia quanto nell'intimità delle relazioni umane. Ermanno Olmi scrive, dirige e produce la quintessenza del famoso chiasmo di Ludovico Ariosto: «Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori».




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