Diabeł (1972) Il patto con il diavolo secondo Andrzej Żuławski



Una lettera d'amore di Andrzej Żuławski a Satana: macchiata dal sangue degli innocenti e pervasa dalle lacrime degli oppressi politici, così come dalla meschinità dei collaborazionisti, l'opera documenta un turbine di orrore apocalittico nel XIX secolo, sullo sfondo storico dell'invasione prussiana in Polonia. Spinto da una psicologia faustiana, il film si sviluppa come una folle tragedia shakespeariana, di cui i circensi itineranti sono l'emblema: nelle mani del destino, tutto e tutti sono sacrificabili.


Il secondo lungometraggio di Żuławski può lasciare mentalmente esausti. Nella sua vera e propria orgia psicotica di dissolutezza edonistica e tabù infranti, la pellicola si rivela una sorprendente metafora dell'oppressione e della corruzione politica nella Polonia del 1972, anno della sua uscita. Come già visto in I diavoli (The Devils) e Hagazussa, ciò che questo racconto folk horror perde in solidità narrativa lo recupera con una messa in scena folle, che esplode letteralmente tra sangue, urla e violenza. È un film che aggredisce i sensi da ogni direzione. Come accadrà in seguito anche in Possession, la figura femminile è puro caos: che si tratti di una suora (Monika Niemczyk), di una madre (Iga Mayr), di un'attrice (Bozena Miefiodow), di una sorella di sangue (Anna Parzonka) o, infine, della propria amata (una splendida Małgorzata Braunek). Tra le fila del cast maschile, tuttavia, a stupire più di tutti è Wojciech Pszoniak, il suo "straniero" (specchio degli invasori e incarnazione stessa del diavolo in carne e ossa) si muove furtivo, orchestrando tensioni, tentazioni e sotterfugi degni della figura che rappresenta.



Non sorprende che il governo polacco l'abbia bandito senza mezzi termini. Non è chiaro se la censura sia scattata per il sottotesto politico, per i contenuti espliciti e sadisticamente blasfemi, o per entrambe le cose; in ogni caso, il regime dell'epoca non era certo disposto a tollerarlo. Ancora oggi la pellicola è incredibilmente difficile da reperire, non avendo mai avuto una distribuzione ufficiale. Al di là del sesso sacrilego, della violenza, dell'incesto e dei complotti politici, il caos regna sovrano come un fuoco infernale fin dalle primissime scene, catapultando lo spettatore in un vero e proprio girone dantesco. Żuławski possiede uno stile cinematografico unico e inconfondibile, e Il diavolo (Diabeł) lo rappresenta appieno: per due ore assistiamo alle vicende del protagonista Jakub che, muovendosi di casa in casa, scatena il caos totale per poi fuggire nei boschi in preda al panico, fino a suggellare il patto con il demonio.



Żuławski resta in definitiva un autore importantissimo per l'esoterismo nel cinema, anche se oggi è forse un po' dimenticato dai non addetti ai lavori. Non per niente questo film è, nella sostanza, la storia di Jacob Frank; spingendosi oltre, si potrebbe quasi dire che lo stesso Żuławski sia una sorta di reincarnazione di Sabbatai Zevi (esattamente come Frank al suo tempo). Il regista si inserisce a pieno titolo nella grande scuola cinematografica polacca, accanto a nomi del calibro di Roman Polanski e Andrzej Wajda. Più si esplora la sua filmografia, più ci si trova immersi in un connubio storico, politico e spirituale che lascia interdetti e colpisce per il suo approccio radicale. Il diavolo è la quintessenza di questo cinema, la cui eredità ha lasciato un'impronta evidente anche in pellicole recenti e molto famose (come il Nosferatu di Robert Eggers).



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