The Silence of the Lambs (1991) Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme


Saggio di tecnica di Demme sotto molti punti di vista, che firma un esercizio di stile e indubbiamente anche un cult generazionale, da cui il recente Longlegs e il cinema di Fincher attingono a piene mani. Sceneggiatura certosina negli intenti nel trasporre Thomas Harris: un'indagine su traumi e pulsioni dove il duello Foster vs Hopkins è tutto da godere. Entrambi lavorano professionalmente di sottrazione e microespressioni (accentuate dai primissimi piani di Demme): lui, cinico e manipolatore senza mai strafare; lei, spaziale nel gestire l'ambivalenza tra determinazione e fragilità emotiva, specchiata nella potente simbologia degli agnelli e della falena (Acherontia Styx).






Uno di quei film che si potrebbero usare per insegnare praticamente qualsiasi cosa sul cinema, sia come forma che come pratica (posizionamento della macchina da presa, movimenti, punto di vista, lenti, costumi, comparse, scelta della colonna sonora); eppure, è anche decisamente molto più della somma di tutte le meravigliose scelte di Demme. È una pietra miliare del cinema di genere americano perché la sua componente torbida e sensazionalistica completa e alimenta sia il suo realismo che la sua malinconia. Questa sintesi, a sua volta, tocca riflessioni autenticamente inquietanti (e senza filtri) su misoginia e trauma. La Clarice di Jodie Foster è una delle eroine cinematografiche più profondamente integre di sempre e, cosa fondamentale, il film non è strutturato come un test sulla sua moralità o come un'esplorazione di qualche sua recondita oscurità. È invece uno studio sulla rettitudine intesa come forza, intelligenza e carattere; sulla rettitudine che resiste e che, alla fin fine, riesce persino a fare la differenza, nel suo piccolo.




La metamorfosi di Clarice si contrappone a quella tragica e identitaria di un più che mai fuori di testa Ted Levine (il ben noto Buffalo Bill), che esplode visivamente in un finale forse rapido, ma reso grande cinema dalla soggettiva verde col visore notturno. Cast di rilievo assoluto anche nei comprimari, con uno Scott Glenn (Jack Crawford) solido e misurato. Comparto tecnico da manuale negli ultimi quarant'anni di genere: il montaggio della coppia McKay-Demme fa scuola, la fotografia di Fujimoto evoca atmosfere cupe e la colonna sonora di Shore è splendidamente evocativa. Un film nato sotto la mia stessa annata, sfavillante e intimista. Forse non nell'Olimpo assoluto della storia del cinema, ma un "mezzo capolavoro" indissolubile. Mann con Manhunter è stato molto più rivoluzionario, ma Demme ha messo tutto sulla classicità: due facce smembrate della stessa medaglia di Lecter. Per il resto, vi è la serie TV.




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