A Prayer for the Dying (1987) Una preghiera per morire, di Mike Hodges


Adattamento dell'omonimo romanzo di Jack Higgins, il film si presenta come una singolare combinazione di cliché cinematografici sui sicari dell'IRA e dinamici riferimenti alla malavita londinese degli anni '80. La narrazione si muove costantemente in un incerto, ma affascinante, equilibrio tra il thriller d'azione di stampo puramente americano e il dramma esistenziale e intimista tipico del cinema europeo. Hodges cerca in ogni modo di elevare il materiale di partenza oltre le secche della banalità, riuscendo a confezionare un'opera onesta, rigorosa e caratterizzata da uno stile marcatamente e orgogliosamente britannico.



Dietro questo film si nasconde però una delle dispute produttive più aspre della fine degli anni '80. Samuel Goldwyn Jr., il distributore americano, decise infatti di rimontare drasticamente la pellicola dopo aver visionato la prima versione del regista, con l'obiettivo di trasformarla in un action movie più accessibile e appetibile per il grande pubblico statunitense. Questa scelta scatenò le ire di Mike Hodges e dello stesso Mickey Rourke, i quali arrivarono a disconoscere pubblicamente la versione arrivata nelle sale. Rourke, che aveva accettato la parte per recitare in un dramma profondo e politicamente sfaccettato sui "Troubles" irlandesi, arrivò ad attaccare frontalmente la produzione. L'attore dichiarò senza mezzi termini che, se l'intenzione dello studio era quella di fare un banale film d'azione sacrificando la sceneggiatura originale, avrebbero fatto meglio a ingaggiare direttamente Chuck Norris. Anche sul piano sonoro ci fu uno scontro totale: la produzione scartò la partitura originale che Hodges aveva commissionato a John Scott proprio per sostituirla con quella di Conti, lasciando agli archivi il rimpianto per una Director’s Cut mai editata ufficialmente ma decisamente superiore nelle intenzioni.



Sul fronte del cast, Mickey Rourke offre una prova straordinaria e profondamente sentita, confermando il suo stato di grazia in quel decennio. Sebbene il suo personaggio possa risultare talvolta distante o respingente per lo spettatore, Rourke convince pienamente grazie a una straordinaria gestione delle complessità morali del ruolo e, soprattutto, per via di un accento irlandese incredibilmente curato e studiato nei minimi dettagli. Al suo fianco, un immenso Bob Hoskins interpreta un sacerdote che diventa la bussola spirituale del killer; nonostante un iniziale e dichiarato disagio dell'attore verso la sceneggiatura, Hoskins non si risparmia affatto, regalando una solida e toccante umanità al rapporto tra i due uomini. Il resto del cast offre sfumature contrastanti ma efficaci: Alan Bates recita volutamente sopra le righe, trattando il materiale drammatico con una sottile e quasi beffarda derisione, mentre le allora giovani promesse Liam Neeson e Alison Doody approcciano i loro rispettivi ruoli di operativi dell'IRA con una freschezza e un carisma magnetici, lasciando già intravedere il loro futuro potenziale. Menzione anche per Sammi Davis e Camille Coduri.



Ciononostante, il film non è esente da difetti e soffre di una certa superficialità nella scrittura dei legami secondari: la sottotrama romantica tra il sicario e la ragazza cieca, pur nella sua innegabile dolcezza, appare purtroppo sottosviluppata e finisce per rivelarsi una mera funzione narrativa, utile quasi esclusivamente a mostrare il lato più umano e compassionevole del protagonista. Di conseguenza, la narrazione procede a fuoco lento e fatica a esplodere in una conclusione che sia del tutto soddisfacente sotto ogni punto di vista. Eppure, nonostante questi squilibri strutturali, la pellicola resta una visione accessibile, magnetica e di grande atmosfera. Si tratta di un’opera densa, carica di emozioni forti e sorretta da interpretazioni viscerali, qualità che la rendono un piccolo classico di culto su cui molti spettatori e appassionati tornano volentieri a riflettere anche a distanza di anni

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