Wild Bill (1995) La leggenda di James Butler Hickok, secondo Walter Hill


Dopo Tombstone & Wyatt Earp vi è un'altra tacca di cinema iconico western nel versante americano della sua natura primigenita. Parlare di Western tramite Walter Hill è amore vero. Aggiungiamoci il fatto che si parla di una leggenda americana come Wild Bill ed il tutto diventa iconico.



La prima mezz'ora è un cambio continuo di aneddoti e storie al solo scoccare di una sparatoria, poi il resto diventa disillusione, con un tocco magico e crepuscolare di una figura e di un genere cinematografico. A dare corpo a questo James Butler Hickok tormentato e precocemente invecchiato troviamo un Jeff Bridges magnetico, capace di muoversi in perfetto equilibrio tra il mito pubblico e la miseria privata dell'uomo. Al suo fianco, una splendida Ellen Barkin più adatta che mai nel classico maschiaccio alla Walter Hill nei panni di Calamity Jane regala una performance graffiante e viscerale, specchio di un amore impossibile e disperato, mentre un giovanissimo David Arquette incarna magnificamente la nemesi Jack McCall, infondendogli una follia febbrile e tragica. Nota di merito anche per il monumentale John Hurt nel ruolo di Charley Prince, la voce narrante che traghetta lo spettatore nel mito.



Dietro le quinte, il film porta con sé i segni di una gestazione complessa e affascinante: Hill scelse di fondere insieme la piovosa opera teatrale Fathers and Sons di Thomas Babe e il romanzo Deadwood di Pete Dexter per catturare l'essenza più fangosa e autentica della celebre cittadina della promiscuità. Sul set l'atmosfera era intrisa di un realismo quasi documentaristico, eppure la produzione fu una scommessa commerciale difficilissima, schiacciata dall'ombra dei blockbuster western di inizio anni Novanta. Ma è proprio in questa sua natura di "outsider" che risiede la sua forza.



Tra il montaggio di Freeman A. Davies, la fotografia di Lloyd Ahern II (applicata alle diverse sfumature temporali, con lo stesso garbo di Cronenberg in The Brood attraverso l'uso del bianco e nero per i flashback opalini e i sogni indotti dall'oppio) e un casting in cui ogni volto è azzeccato (oltre ai già citati figurano pure: Diane Lane, Keith Carradine, Christina Applegate, James Remar & James Gammon), risulta difficile non ammirare un tale esempio di biopic applicato al genere. Non tra i leggendari, ma tra i più sperimentali e sentiti del regista Walter Hill. Malinconico quanto efferato alla fine dei conti

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