Il primo re (2019) Due fratelli, un solo destino


- Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, interrogati mediante aruspici, chi avrebbe dato il nome alla città e chi vi avrebbe regnato. Per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi dodici quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re entrambi. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dallo scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ucciso aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s'impossessò del potere e la città prese il nome del suo fondatore. -

(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, I, 7)

Che Matteo Rovere abbia studiato in maniera certosina l'anima di questo progetto è indubbio. A livello cinematografico, lo si potrebbe definire la versione italiana di La Guerre du feu di Jean-Jacques Annaud (altro grande cineasta di temi storici), ma si percepiscono anche tratti che richiamano il fantasy di John Milius e, inevitabilmente, il Walter Hill di Southern Comfort.



È un film molto fedele all'epoca che mette in scena (quella post-migrazione indoeuropea), capace di adattare un mito senza essere troppo didascalico. Risulta nudo e crudo come la violenza mostrata, ma anche mistico e atavico nel raccontare la storia dei due fratelli uniti dal destino chiamato Roma. La divinazione e lo status delle popolazioni contadine italiche dell'epoca sono ben rappresentati, e l'efficace idea di utilizzare dialoghi in proto-latino conferisce una marcia in più al prodotto. 
Si potrebbe dire che il ritmo risenta di un taglio tipico da 'serie TV americana' — ambito in cui gli USA sono da tempo pionieri — ma ciò non sminuisce il valore che il film attribuisce ai personaggi e ai contenuti (eccellenti per lo standard italiano, anche se l'apporto belga in fase di produzione aggiunge un tocco di originalità).




Ottimo il cast, che brilla grazie alle prove di Alessandro Borghi (un iconico Remo), Alessio Lapice (un 'augusteo' Romolo) e Tania Garribba (mistica vestale del fuoco); anche i caratteristi Michael Schermi e Vincenzo Pirrotta aggiungono spessore alla caratterizzazione. Il Tevere è il primo dio che percepiamo (merito del grande incipit): le sue inondazioni sono la potenza della natura fatta elemento. Accanto ad esso, il fuoco, ristoratore e portatore di messaggi divini. Le libertà poetiche presenti servono a dare senso ai personaggi: Remo, primo re degli schiavi liberati (con echi di Spartacus), che precede il vero primo Re di Roma, Romolo. Uno forte, l'altro perspicace, ma insieme preambolo di un nome che ha segnato il destino del mondo — come sottolineano efficacemente i titoli di coda."




Commenti