lunedì 18 dicembre 2017

I tre volti della paura (1963) Horror antologico d'autore

Il 1963 fu un altro ricco anno di lavori per Mario Bava dato che uscirono: La ragazza che sapeva troppo, I tre volti della paura e La frusta e il corpo. Finite le riprese della pellicola La ragazza che sapeva troppo, Bava passò al successivo progetto ovvero un horror antologico, il film fu scritto dallo stesso regista assieme a Alberto Bevilacqua e Marcello Fondato basandosi su tre ben distinti soggetti: The Telephone di F.G. Snyder, Sem'ya vurdalaka di Aleksei Tolstoy (traendo anche spunto dal Dracula di Stoker e dal racconto Fear di Maupassant) e The Drop of Water di Ivan Chekov (accreditata poi da alcuni critici al racconto Dalle tre alle tre e mezzo di Franco Lucentini).
La genesi del progetto risale al 1958, quando i fondatori della American International Pictures ovvero James H. Nicholson e Samuel Z. Arkoff assunsero Flavio Lucisano per scovare dei successi commerciali dalle produzioni italiane volendo ricalcare il successo di Hercules del regista Pietro Francisci. Questa ricerca portò nel 1963 alla conclusione di un contratto con la Galatea della durata di 8 anni per un minimo di 9 co-produzioni. Il cast fu scelto dalle varie case di produzioni: la A.I.P. si assicurò di poter usufruire di Boris Karloff e Mark Damon, la francese Societé Cinématographique Lyre invece chiamò Michele Mercier (che aveva già collaborato con Bava in Le meraviglie di Aladino) Jacqueline Pierreux ed infine la Galatea arruolò Susy Andersen, Lydia Alfonso e Glauco Onorato (storica voce di Bud Spencer e non solo) per il versante italiano. 
Parlando degli episodi, dopo un bellissimo incipit ad opera di Karloff che introduce gli spettatori alla pellicola, si comincia con il capostipite del giallo italiano dai rimandi Hitchcockiani ovvero il telefono; la storia è molto semplice tanto che ricalca più le tematiche di un thriller che di un horror. Una donna, Rosy, si trova da sola nella sua abitazione sul far della notte, quando comincia ad essere perseguitata telefonicamente da un misterioso maniaco che la minaccia ripetutamente di morte, asserendo di volersi vendicare. Da queste premesse Bava sviluppa un godibilissimo sviluppo narrativo (scontato al giorno d'oggi) che viene supportato dalla bellissima e innocente Mercier che risulta credibile nella parte della vittima e da una molto ambigua Lydia Alfonsi che riveste ottimamente il suo ruolo. L'ambientazione se pur limitata (in un solo appartamento, lo stesso utilizzato in La ragazza che sapeva troppo) grazie alla regia è molto sontuosa ed utilizzata al meglio. Anche se risulta l'episodio più debole gode di ottimi spunti tecnici: la regia e la fotografia (assieme a Ubaldo Terzano) di Bava sono sempre ottime, i costumi di Tina Grani sono di una bellezza ammaliante e la colonna sonora di Roberto Nicolosi non stona.
Il secondo episodio, I Wurdalak, è letteralmente un saggio di come si debba sviluppare un horror gotico (amore e orrore) visto che tra l'utilizzo della mdp, l'ampio uso della colonna sonora nei momenti di tensione, le scenografie (di Giorgio Giovannini e Riccardo Domenici) evocative unite ad una fotografia da manuale ed un manipolo di attori professionisti si crea un'atmosfera classica esplosiva ma difficilmente ripetibile anche in tempi odierni per costruzione del climax e pathos. Anche qui la storia è molto minimale: Un nobile russo, Vladimir D'Urfe, si imbatte in un cadavere acefalo con un pugnale intarsiato conficcato nella schiena. Vladimir carica il corpo sul suo cavallo e raggiunge una piccola casa vicina, ove vivono i fratelli Sdenka, Pietro e Giorgio, la moglie di quest'ultimo Maria e il figlioletto Ivan. Giorgio spiega che suo padre Gorca (interpretato da Boris Karloff) è partito cinque giorni prima per uccidere un wurdulak turco che terrorrizava la zona, ordinando di trafiggergli il cuore se fosse tornato dopo la mezzanotte del quinto giorno. Karloff qui entra in scena e lo fa con tutto il suo carisma ed una caratterizzazione fantastica d'altri tempi, Damon regge la parte ottimamente, Susy Andersen ammalia con il suo fascino e con una recitazione azzeccata, Glauco Onorato supporta ottimamente senza mai perdersi in superficialità o impostazioni teatrali ed infine Massimo Righi e Rika Dialina non si perdono nello sfondo narrativo. 
L'ultimo episodio infine, La goccia d'acqua, fa letteralmente traboccare il vaso del genere horror esplodendo e spiazzando lo spettatore per il saggio uso della mdp e della costruzione del climax tensione che non lascia nulla al caso, dove la fotografia regala trovate interessanti ed anche particolari. La trama, anche qui, è particolarmente modesta: Helen Chester, donna di servizio addetta alla vestizione di cadaveri, viene chiamata d'urgenza per vestire il cadavere di una medium deceduta durante una seduta spiritica e con il volto contratto in una smorfia d'orrore. La Chester decide di rubare, durante la vestizione, un prezioso anello della medium; da allora iniziano a verificarsi fenomeni paranormali. Ottima la prova di Jacqueline Pierreux che trasmette letteralmente lo stato in cui si trova il suo personaggio, senza contare poi il credibilissimo e inquietante make-up fatto sul personaggio di Herriet Medin. Dopo l'episodio il film si chiude sulle parole di Karloff e sulla dissezione scenica metacinematografica (trovata geniale) della scena in cui sta recitando mostrando gli effetti speciali utilizzati e la troupe cinematografica, sdrammatizzando ed alleviando la tensione, nonchè prendendo un po' in giro se stesso ed il cinema horror tutto e mostrando un senso di autoironia non comune nel cinema, non solo horror.
Bava dimostra la sua maestria e nonostante 4 soldi tira su un film dai grandi effetti e dalle ambientazioni Gotiche incredibili. Proprio queste ultime sono di una qualità eccelsa e ancora oggi risultano inquietanti e spettrali. È vero che il film in alcune cose è invecchiato male, come la sceneggiatura bucherellata o la lentezza eccessiva di alcune scene ma questi difetti sono ampiamente giustificabili visti gli anni e i mezzi usati per la realizzazione oltretutto la dinamica narrativa inserita da Bava ispirò sia Quentin Tarantino che Roman Polanski. Per concludere un tale Ozzy Osbourne, ell'epoca macellaio, andò a vedere questo film, uscito in America con il titolo Black Sabbath e da lì trasse ispirazione per formare il suo gruppettino.

1 commento:

  1. Di questo ne parlarono su un almanacco di DYD di qualche anno fa, se non sbaglio.. il finale è veramente geniale!!

    RispondiElimina