martedì 12 dicembre 2017

Spartacus (1960) L'opera "minore" di Stanley Kubrick

Considerato (ingiustamente al tempo) un lavoro "minore" di Kubrick (chiamato dallo stesso Douglas a sostituire il fallimentare approccio di Anthony Mann) poiché il regista non vi ebbe quel controllo totale che pretendeva durante la lavorazione dei film in cui era solito cimentarsi, rimane pur sempre uno tra i migliori Kolossal degli anni 50/60. Sceneggiatura perfetta di Dalton Trumbo (che al tempo firmò la sceneggiatura sotto pseudonimo) basata sul romanzondi Howard Fast che abbandonò per problematiche nell'adattamento a livello artistico d'attamento alla settima arte, cast stellare, fotografia efficacissima di Russell Metty che ebbe non pochi problemi con le scelte di Kubrick, musiche e composizioni di Alex North quanto mai pertinenti (esemplare e simbolica la love theme) danno ancora oggi tre ore di spettacolo avvincente. I dialoghi, le tematiche affrontate sono di una "modernità" che a suo tempo non diedero al film il successo meritato, facendo torcere il naso a più di un critico e lasciando un po' tiepido il pubblico. Oggi il film non dimostra i 40 anni e si rivela attuale (al contrario di altri prodotti coevi della stesso genere).
Kirk Douglas è un protagonista indimenticabile e Lawrence Olivier è un antagonista di lusso. La Simmons è un po' freddina, ma ha una gran classe (il produttore aveva pensato alla Loren, per quella parte). Senza parlare poi di Ustinov, Curtis, Laughton e John Gavin. Fondamentalmente “Spartacus” è uno dei più riusciti (e belli) Kolossal (americani) di tutta la storia del cinema, grazie a Kubrick perché il film di per sé è un quadro eterogeneo, diverso al suo interno, e la visione d’insieme è alquanto problematica. Un quadro a sei mani (Kubrick – Trumbo – Douglas) dai tratti a volte contrastanti, ma capace comunque di affascinare. E se probabilmente può apparire stucchevole una esagerata teatralità in un bacio d’amore con un roseo sfondo bucolico (sicuramente datato) non possono non essere ammirate le scene delle battaglie, della violenza, della rappresentazione psicologica dei personaggi, consumati da passione e ragione, tra vendetta e umanità, immersi in un racconto-mito pieno di simboli, semioticamente perfetto.
Eroe ed antieroe, promessa e sfida, duello e sconfitta, ma soprattutto la morale: la lotta alla schiavitù come simbolo di disumanità; l’esaltazione e il mito del primo rivoluzionario della Storia; l’amore e la bontà come uniche identità immortali. La fine tragica e pessimisticamente (o realisticamente?) scontata dell’eroe e contemporaneamente la speranza e la voglia di cambiamento che si scindono dal loro stesso testimone per divenire universali. Un film che lascia il segno, insomma: non tanto per i suoi quattro Oscar vinti (fotografia, attore non protagonista, scene e costumi), quanto per il suo essere sintesi tra pensiero e Cinema, un’alchimia non troppo perseguita negli ultimi tempi.

2 commenti:

  1. Sai che ho scoperto solo recentemente vedendo "L'ultima parola: la vera di Dalton Trumbo" dell'incredibile storia di lui e del come nacque il film? E niente, son rimasto ancor più meravigliato, anche perché questo film è assimilabile ad un capolavoro vero e proprio, anche se tra i Kolossal degli anni d'oro non è il mio preferito, comunque Kirk Douglas è un mito ;)

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    1. Devo ancora vederlo quel film, se non sbaglio vi è anche Helen Mirren. Questo film dinKubrick colpisce nonostante sia stato riconosciuto come bastardo dal maestro...

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